Guidando per le coste occidentali della Toscana, mentre scendeva la notte, si imbatté in alcune vecchie fortificazioni. Mentre rallentava per dare meglio un’occhiata, si rese conto che ciò che stava ammirando erano enormi costruzioni completamente ricoperte di rovi. Queste, come poi venne a sapere, erano le vecchie fabbriche di dinamite costruite dalla SIPE Nobel (Società Italiana Prodotti Esplosivi), l’azienda di esplosivi italiana fondata nel 1891. Alcune ricerche successive rivelarono che fu proprio Alfred Nobel, fondatore dell’omonimo premio, a creare l’azienda SIPE Nobel per poter produrre la dinamite in Italia.

Alfred Nobel, nato in Svezia nel 1833 e conosciuto come il fondatore del premio che tutt’oggi porta il suo nome, fu anche e soprattutto l’inventore della dinamite, e un collega e amico di Ascanio Sobrero, il chimico torinese che per primo sintetizzò la nitroglicerina. Poco più che ventenne, Alfred Nobel lavorò nella fabbrica del padre, che produceva esplosivi per la guerra di Crimea. Terminata la guerra, quando suo padre entrò in bancarotta per la seconda volta, Alfred Nobel costruì un capannone per sperimentare con la nitroglicerina, nel tentativo di stabilizzarla. Nel 1864 la sua fabbrica saltò in aria a causa di un’enorme esplosione che uccise svariati lavoratori, tra cui il suo fratello ventenne Emil. Tutto ciò che Alfred ebbe da dire riguardo questo evento fu: “La vera epoca della nitroglicerina è iniziata nel 1864, quando un’esplosione con la nitroglicerina pura è avvenuta per la prima volta grazie ad una piccolissima carica di polvere da sparo.”

Alfred costruì un altro capannone e continuò a produrre nitroglicerina. Ci vollero svariati anni, svariati capannoni e molte esplosioni prima che riuscisse a stabilizzarla. Il governo svedese, stanco dei suoi esperimenti esplosivi, lo intimò a lasciare il paese e così si trasferì in Germania, dove fondò la Alfred Nobel Company a Krummel, vicino ad Amburgo. L’anno seguente fondò negli USA la United States Blasting Oil Company. Ci fu una violenta esplosione nell’impianto di Krummel. Nobel decise allora passare al fiume Elba, ancor prima di essere cacciato dal governo tedesco, dove si ancorò con una chiatta così da poter continuare i suoi esperimenti nel mezzo del fiume. Ed è qui che finalmente, nel 1867, riuscì con successo a mescolare la nitroglicerina con il kieselguhr (conosciuto come diatomite o farina fossile), una sostanza terrosa porosa e silicea atta a creare la dinamite, che brevettò in Gran Bretagna. La ragione di ciò risiede nel fatto che la Gran Bretagna aveva delle colonie vaste, e aveva bisogno di molte munizioni per i suoi eserciti.

Alfred Nobel costruì la sua prima fabbrica nel 1870 ad Ardeer, in Scozia. Esportò esplosivi nelle zone di guerra e nei siti di miniere in tutto il mondo, e la fabbrica presto divenne la maggiore esportatrice di esplosivi del mondo. Questa fu la prima fra tante fabbriche di esplosivi costruite da Alfred Nobel. Nel momento in cui morì possedeva ben novanta fabbriche e il suo impero di esplosivi allungava i suoi tentacoli dalla Scozia, la Francia, l’Italia, la Germania, la Svezia, la Norvegia, la Finlandia fino agli Stati Uniti, al Messico, al Brasile, al Pacifico e molte altre zone del mondo. Nobel mantenne uno stretto controllo sul suo vastissimo business grazie all’azienda Nobel Dynamite Trust che fondò nel 1886, per controllare la disposizione delle entrate dei membri, nonostante ciascun membro fosse una persona giuridica isolata. Questo comportò un perenne viaggiare. Una volta disse: “La mia casa è dove lavoro, e io lavoro ovunque.”

La dinamite veniva usata nelle miniere, nelle cave, e nel settore di costruzioni e demolizioni. Incrementò anche lo sviluppo delle reti ferroviarie, soprattutto nelle zone montuose poiché facilitava la trivellazione dei tunnel. La crescita nella domanda degli esplosivi portò ad un boom nell’industria. Nell’anno 1873 era già un uomo benestante e si trasferì a Parigi ad abitare nella Avenue Malakoff. Nel 1875 inventò la gelignite, un esplosivo ancora più potente e stabile, e lo brevettò. Fondò la Société General pour la Fabrication de la Dynamite a Parigi e la Dynamitaktiengesellschaft (DAG) in Germania. Più avanti la sua azienda ‘Dynamite Nobel’ iniziò una joint venture di successo con la Società Italiana Prodotti Esplodenti, portando così alla fondazione della SIPE Nobel SpA.

Durante gli anni della sua carriera Nobel si sbarazzò dei competitori, spesso denunciandoli per avergli rubato le formule o comprando loro le fabbriche, come quella di Pembrey nel Galles e la fabbrica di esplosivi sulla scogliera di Cligga Head, a Cornwall. L’opzione era tra incorporare queste fabbriche nel suo impero oppure chiuderle. La fabbrica Nobel Dynamite di Avigliana (provincia di Torino) ha aperto i battenti nel 1879. Tra il 1888 e il 1900 la SIPE ha prodotto circa 120-130 tonnellate di dinamite. Nel 1891 cominciò la produzione di polveri infumi per la marina militare a Forte dei Marmi, poi a Spilamberto in provincia di Modena nel 1901, e finalmente nel 1903 a Cengio, al confine tra il Piemonte e la Liguria, dove venne prodotto il tritolo per l’esercito italiano. Durante la Prima Guerra Mondiale le fabbriche SIPE Nobel hanno prodotto ogni giorno dozzine di tonnellate di polveri esplosive e munizioni.

Tutti questi elementi hanno portato all’inizio di un affascinante studio sulla storia e i paradossi di una delle più complesse personalità del tardo Ottocento: un inventore, imprenditore e filantropo. La mostra prevede una selezione di circa 50 foto e altri tipi di documentazioni (foto, disegni, materiali d’archivio) sui siti SIPE Nobel sparsi per l’Italia, con un’attenzione particolare per la fabbrica di Spilamberto. Il lavoro fotografico di Pettena mette in evidenza il valore della composizione nell’architettura industriale nei primi anni del Novecento, e come quest’ultima fosse integrata col territorio spesso ricorrendo alla mimetizzazione con la vegetazione circostante, specialmente quando era necessario ridurre i rischi di attacchi aerei.

Pettena osserva quasi clandestinamente la condizione attuale delle fabbriche, e il suo ponderare sullo stato di abbandono degli edifici non ha lo scopo di riscoprire un gusto anacronistico per le rovine, bensì di evidenziare l’eccezionalità di quei posti (molti dei quali attendono ancora di essere decontaminati), dove il tempo sembra sospeso – non fosse per la vegetazione che reclama i suoi spazi.