Where do you belong to?

Claudia Losi_Aria Mobile

Aria Mobile, 2002_2006. Silk embroidery, 17 cm ø / After the embroidery of the profiles of the continents, the sphere was entirely covered, with the threads following the movements of high-altitude winds. The ball itself is the result of a complex project whose story is illustrated in parallel: in collaboration with the writer Matteo Meschiari, for each progressive ‘growth’ of the sphere an exchange took place of poetic texts and notes between Losi and Meschiari.

“A dove appartieni?”
Me lo domandò, diversi anni fa, un uomo che incontrai casualmente per un sentiero tra le colline sopra Kirkwall, la capitale delle Orcadi. Era una forma di saluto e anche un posizionarmi su una mappa, come se la mia ombra a terra prendesse i contorni del paese  in cui sono nata.

Where do you belong to?
Mi ritorna spesso in mente, come un refrain di una canzone, che s’insabbia ed emerge improvviso, nei momenti in cui la corrente si rafforza e spazza il fondale.
Ultimamente questo mi accade spesso. Questa domanda interroga l’essere al mondo di ciascuno, il nostro “essere mondo”, il situarsi qui e ora, tra le “faccende” in cui scorriamo giornalmente.

Claudia Losi_sentire silenzio

Sentire silenzio / Quando ti aspetti rumore // To hear Silence / When you expect Noise, dal 2007, ricamo su pagina di libro illustrato, dimensioni variabili.

E come molti mi trovo in un totale spaesamento che non so più se ho cercato o, come probabilmente è, vi sono stata indotta per le intenzioni di qualcuno che non porta un solo nome.

“Perché la nostra esperienza, e le idee che genera in noi, è un mucchio di vermi, una zuppa di anguille, un magma indifferenziato. Tutto accade, in essa, senza che si produca un senso…” (F. Gori, Territorio | Paesaggio, http://pleistocity.blogspot.it)

A dove appartieni? È una domanda complessa: come se le nostre origini potessero comunque vantare un diritto di proprietà. Un “dove” che ha diritto costituivo per ognuno di noi.
Una frase che ha a che fare col termine appaesamento, l’insieme di pratiche e di tradizioni con cui le comunità umane hanno caricato di senso il territorio da loro lungamente abitato, ”inscrivendolo nei loro costrutti simbolici”, nella loro visione cosmologica
Appeasamento come contrario di spaesamento.

QuiNonAltrove1

Qui e non altrove. Qui // Here and not Elsewhere. Here, 2009. Embroidery on fabric, padding 50 items of approx, 30 x 60cm each. Project involving local communities and the Pollino National Park, Italy. / About 70 people were asked by word of mouth to recount a personal story that took place on the Lucano side of the Pollino National Park: “Where I used to play when I was a kid; that wood where I gave my first kiss; that field where I carved the image of a plane onto a watermelon rind with my fingernails”. They were then asked to supply images: drawings, photographs, etc. I produced the drawings myself, based on this material, which were then transferred onto pieces of fabric and handed over to a group of women from the town of Latronico. Thanks to their skill, the images were then embroidered onto cushion covers, which they also enhanced with little embellishments of their own. The work was then presented to the Latronico community, with a celebration involving all the embroiderers, and an ox-drawn cart carrying the various embroidered and stuffed cushions. The following day, in Senise, the participants were asked to “mount” a single three-dimensional shape – a hillock, or rather a cairn – to form a pile of soft stones marking the presence of a special place along a mountain path. Not elsewhere. Here.

Di quale dove?
Appartieni al racconto di cui fai parte, al racconto che ti ospita.

“A un certo viaggiatore che conosceva numerosi continenti fu chiesto qual era la cosa che riteneva più straordinaria di tutte. Lui rispose: il fatto che ci sono passeri (les piafs) ovunque.” (J. Berger, Sul disegnare, LibriScheiwiller, 2007)

Ciò che ci accomuna tutti, Homo Sapiens, è il fondamentale bisogno di auto-narrazione.
Raccontare di sé, raccontando la storia dei padri, della terra su cui siamo nati, che abbiamo abbandonato o fuggito, poiché il raccontare è una delle forme di resistenza al non senso. Così come l’immaginare è stato il modo che abbiamo sviluppato per riempire ciò che non conoscevamo, dentro e fuori di noi.

“La mente dell’uomo è paesaggistica, cioè che nel corso dell’evoluzione è stata modellata a immagine e somiglianza dei paesaggi naturali in cui si è trovato a vivere. Per semplificare molto, le nostre strutture cognitive innate sono il risultato di una serie di pressioni ecologiche: per circa due milioni di anni l’uomo è stato un cacciatore-raccoglitore e il suo modo di pensare era naturalmente funzionale all’ecosistema. Nonostante il contesto sia radicalmente mutato, questo scambio di fluidi tra mente e ambiente resta attivo in noi.” (Matteo Meschiari, Testa tra i rami, piedi per terra, http://pleistocity.blogspot.it/2014/10/testatra-i-rami-piedi-per-terra.html#more)

Les Funérailles de la Baleine_Milan_2011

Les Funérailles de la Baleine_processione, 2011. Whales procession headed by Vinicio Capossela from the Central Station to Viafarini residency space in Milan. Balena Project_2004 to 2010. Photos by Esther Mathis / Les Funérailles de la Baleine tells the story of that performance and that rite of passage which, with a sense of magic and symbolism, reflects the notion of the “ecology of art”, according to which the work is not looked upon as a fixed and static object, but rather as a crossover point, one of shifts and changes both in terms of materials and sense.

“Praticare l’arte dell’orientamento nella complessità”, leggevo.
È una pratica di wayfaring:  tra le molteplici linee dei destini, segui la direzione che trovi segnata sotto i piedi. Sentieri più o meno freschi.
Orme d’uomo.
Orme d’animale.
Il terreno umido raccoglie le forme, al passaggio. Si solidifica nei tempi geologici che i nostri corpi non conoscono. Si fa pietra. Le impronte accolgono l’acqua dove qualcuno s’abbevera.

“Abbiamo sbagliato a leggere la mappa. Oppure la mappa era sbagliata.” (La speranza, nel frattempo. Una conversazione tra Arundathi Roy, John Berger e Maria Nadotti, Casagrande, 2010)

L’opacità della mappa in cui proviamo ad orientarci è il tentativo di rendere tutto talmente difficile da decifrare che tocca procedere usando il tatto. L’opacità è la merce: tutto si muove per e con lei. La resistenza degli snodi, snodi che sono corpi e che portano un nome. Riconoscere i nomi, ospitare le loro storie.
Un tempo si sarebbe detto “farsi ospitare come viandanti”.

LetterJacket1a

Letter Jacket form George Hollanders_2012/2015, work in progress, Photo by Andrea Rossetti. / 30 giacche di varie taglie, modello realizzato da Antonio Marras, usando il tessuto in lana di cui era composta Balena, sono state spedite a 30 persone in giro per il mondo, chiedendo di usarle come giacche da lettera: riempire le tasche, ricamarvi, cucirle… e rispedirmele indietro. La raccolta termina nella primavera 2015. Alcune delle giacche sono andate perdute o non sono mai state restituite.

“Il fatto che i tiranni del mondo siano extraterritoriali spiega la misura della loro capacità di sorveglianza, ma indica anche una debolezza a venire. Essi operano nel cyberspazio e abitano in condomini strettamente vigilati. Non sanno niente della terra che li circonda. Né vogliono sconoscerla, perché a sentir loro si tratta di un sapere superficiale senza profondità. Contano solo le risorse che ne estraggono. Non possono prestare ascolto alla terra. Sul terreno sono ciechi. Nello spazio fisico e locale sono persi.” (J. Berger, Da messaggio all’altro, da Contro i nuovi tiranni, Neri Pozza 2013)

Dialogo Tondo, 2010 courtesy the artist and Monica De Cardenas, 8 sedie in legno sabbiato, 120 cm di diametro.  8 sedie da osteria, degli anni 50, sono state sabbiate in modo da mettere a vista le imperfezioni legno e lasciare la superficie porosa. Il riferimento è alla “concha de amor”, come si usa dire in Sud America per indicare quando le donne che si mettono a lavorare e a chiacchiere in cerchio.

Dialogo Tondo, 2010. 8 sedie in legno sabbiato, 120cm ø. Courtesy the artist and Monica De Cardenas /  8 sedie da osteria, degli anni 50, sono state sabbiate in modo da mettere a vista le imperfezioni legno e lasciare la superficie porosa. Il riferimento è alla “concha de amor”, come si usa dire in Sud America per indicare quando le donne che si mettono a lavorare e a chiacchiere in cerchio.

E allora, come mi riconosco parte di un tutto? Di un corpo che vive e vigila?
Cosa posso fare, con gli strumenti che ho tra le mani, schegge di selce e cesti intrecciati?
Che siano strumenti-parole.
Che siano strumenti-immagini che provano a stare a galla nello “spaese”.

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Places-Bidassero-Ittiri-Sardinia Sixth group embroidery 2003 [Maria Luisa Mura, Farora Piredda, Maria Pais, Farora Pinna, Margherita Sussarello, Maria Tala] Video: time 11” 23’ | frame from the video Directed by Daniele Signaroldi Project made possible by Antonio Marras and the entire Circolo Marras.

Chiedo a Berger che mi ospiti ancora, che mi aiuti a “fare il pane”.
Questo grande vecchio, affonda le mani nodose nella massa che nutre, non incidendo croci sulla superficie delle forme, ma storie che crescono coi lieviti madre.

“Le poesie, incuranti degli esiti, attraversano i campi di battaglia, occupandosi dei feriti, ascoltando i monologhi selvaggi di chi trionfa o di chi ha paura. Portano una sorta di pace. Senza anestetizzare o dare facili rassicurazioni, ma riconoscendo e promettendo che ciò di cui si è fatta esperienza non può svanire come se non fosse mai stato. Non è, però, la promessa di un monumento.

(Chi, ancora sul campo di battaglia, vuole monumenti?)La promessa è che il linguaggio ha riconosciuto, ha dato rifugio, all’esperienza che chiedeva, che protestava a gran voce.”
(Ibid., Il lavoro della poesia, da Contro i nuovi tiranni, Neri Pozza 2013)


Claudia Losi (1971) is a visual artist. She lives and works in Piacenza (Italy).

All the images: Courtesy the artist.

N°5 / The Forest – Contents