Avendo trascorsa una mezza giornata in compagnia di Giorgio Fasol dentro la Galleria d’Arte Moderna di Roma, ho forse acquisito un ulteriore tassello.

  • io sono ignorante – dice Giorgio Fasol – e scelgo d’istinto sulla base di chilometri e chilometri a guardare lavori artistici -; poi aggiunge John Locke.

Mi fa venire in mente (non vorrei essere offensivo e chiedo scusa per la forza di trazione che imprimo alla realtà) quando Christian Boltanski mi ha detto di non avere mai aperto un libro di storia dell’arte, non essendo peraltro mai andato a scuola, e di essere nondimeno in grado di individuare, per ogni opera che incontra, non solo l’autore ma anche il contesto di produzione. È un artista culturalissimo, Boltanski, che proclama l’analfabetizzazione scolastica e la perniciosità di una certa culturalità del sistema dell’arte contemporanea:

http://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/laser/Christian-Boltanski-6938999.html

Lascio perdere volentieri John Locke e mi concentro piuttosto su come l’esperienza possa costruire una forma di cultura. Ciò che vediamo da Giorgio Fasol non è la stessa cosa che succede in Boltanski ma vi è qualcosa in comune: nell’artista francese l’esperienza è data dalla vita e dal modo in cui la sua personalità si forgia nella vita; nel collezionista veronese l’esperienza è innanzi tutto accumulo immagazzinatorio di relazioni con il lavoro.

Percorrendo una mezza giornata in mezzo al lavoro, non capita mai che Giorgio Fasol si esima da un commento su ciò che sta guardando: da dove viene, dove è stato, quali passaggi ha fatto e quale altro lavoro di quell’artista è passato attraverso la sua esperienza o quella di qualche suo limitrofo. Cioè: conosce il lavoro, pur essendo, come dice lui, ignorante. Definirei archivistica questa conoscenza (è peraltro buffo che il concetto di archivio sia così presente nel lavoro di Boltanski, sempre chiedendo scusa): il materiale si accantona nella mente e nel vissuto del collezionista che acquisisce così una meta-pre-collezione mentale.

Tale archivio è, indubbiamente, una componente culturale che interagisce con l’influenza degli altri fattori (le gallerie…) e che andrebbe scandagliata.

Certo, quando Giorgio Fasol dice di agire sulla base di un istinto che egli fonda sull’ignoranza e che è preceduto «da una certa conoscenza», sta pensando ai chilometri di visione ai quali continua pervicacemente a dedicare il propio tempo. Si tratta dunque di una ignoranza sui generis e di una ignoranza conoscente, il che peraltro ci allontana dalla citazione di John Locke perché, se «lo spirito percepisce l’accordo o il disaccordo fra due idee immediatamente per se stesse, senza l’intervento di altre [… e] non si dà la pena di provare o di esaminare, ma percepisce la verità come l’occhio la luce, solo dirigendosi verso di essa», quel per se stesse è il risultato di ciò che è successo nel contesto. È pertanto un di per sé culturale, cioè contestuale, cioè relativo al contesto e quindi non per se stesso.

Gallery:
Sabrina Mezzaqui, La scrittura del dio, 2005
Eva Marisaldi, Senza titolo, 2002
Giulio Paolini, Senza titolo, 1966