fuoco sullo strumento

«La fotografia è una cosa concreta, è la percezione, ciò che vedi con i tuoi occhi. E succede così velocemente che non puoi affatto vedere tutto. I difetti fanno parte di tutto ciò. Sono ciò che fanno la poesia, conferiscono la qualità pittorica. Per riuscirci, serve una brutta macchina fotografica».

Leggo questa dichiarazione di in un libro pubblicato nel 2008 dall’editore Walter König di Colonia. Sono asserti interessanti anche se parziali, rispetto al profilo dell’opera di questo artista ceco, la cui biografia è complessa e la cui posizione nel mondo delle arti è mutevole.

Un primo aspetto è la concretezza che si chiede al dispositivo fotografico, cioè la funzione di esprimere concretamente ciò che l’occhio vede, senza attribuire all’immagine una ambizione ulteriore e in particolare senza la pretesa di trascendere la realtà. È un concetto non facile da articolare perché l’immagine, per definizione, nega la concretezza della realtà, come vediamo bene in ciò che è prodotto da Tichý. Vedendo in immagine sederi, seni, corpi femminili non abbiamo possibilità di ricondurre la nostra esperienza a qualcosa di concreto, a un rapporto fisico con quelle espressioni della realtà. Come fa Tichý a essere concreto in una situazione che rinnega la concretezza? Primitivizza l’azione, ne esaspera il valore evocativo con una metodologia specifica: rifiuta e rifugge la focalizzazione, la concentrazione e la definizione degli argomenti in questione e ce li fa riconoscere attraverso un codice di condivisione culturale. È perché noi condividiamo la sua cultura che riusciamo cioè a capire il suo interesse per il movimento delle chiappe, la forma prorompente dei seni, le fattezze del corpo femminile da lui ripreso completamente ricoperto di indumenti o nascosto nella mancanza di definizione delle sue fattezze; lo capiamo anche se non vi è alcuna concentrazione su tali dettagli e l’immagine nel complesso pullula di altri elementi che possono appartenere all’ambiente o essere il risultato della pessima ripresa.

Qui abbiamo un altro elemento: il mezzo e la tecnica sono così determinanti da catalizzare la concentrazione dell’artista. Tichý utilizzava per le riprese una fotocamera posticcia da lui stesso assemblata, priva di possibilità di focalizzare l’immagine e stampava su carta inadeguata che poi ritagliava in modo brutale. La brutalizzazione dell’operazione fotografica sembra essere infatti una componente fondante la sua azione artistica. Volendo coniugare l’esigenza di esprimere concretamente il suo interesse per il corpo femminile con l’esigenza di costruire una rappresentazione della donna degna della pittura (vediamo questa esigenza nei lavori pittorici dell’artista), Tichý brutalizza l’azione e si avvale del potere immaginifico generato dalla imperfezione (o errore che dir si voglia).

Quando Tichý ci dice che fotografando vuole dipingere con la luce, mentre poi ci mostra come dipinge quando fa tradizionalmente il pittore (in mostra ci sono alcuni esempi), egli inquadra correttamente il proprio atteggiamento nei confronti della fotografia.

Tichý aggiunge poi una considerazione sullo statuto della fotografia mostrandoci che lo strumento è una componente fondamentale della connotazione dell’immagine: scegliendo uno specifico strumento per fotografare egli esprime l’esigenza di riappropriarsi di tutti i passaggi della produzione, di soggettivizzarli per incorporarli nella struttura produttiva. Un artista non produce tale riflessione teorizzando, ma agendo e producendo l’esempio che documenta la riflessione. Come l’artista ticinese Reto Rigassi , quando propone le proprie immagini costruite direttamente agendo sui supporti (la pellicola, la superficie fotosensibile, la carta sulla quale batte con la pietra), ci offre una immagine e al contempo una riflessione sul concetto della stessa, sulla fotografia e sulla calcografia, così Tichý, riducendo lo spessore dei filtri tecnologici ed espressivi normalmente posti tra la realtà fotografata e l’immagine stampata, avvicina i due estremi del segmento di produzione della fotografia e, brutalizzando l’azione, la rende più concreta e aumenta il valore specifico del dispositivo fotografico. Il fuoco non è sull’immagine ma sullo strumento che la produce ed è ciò a rendere concreta la fotografia.

Miroslav Tichý non firmava, datava né titolava le sue fotografie.
Tutte le fotografie sono state scattate tra il 1960 e il 1985.

 

Le immagini fanno parte della collezione Rolla di Bruzella in Svizzera e sono attualmente esposte all’interno della mostra dedicata a Miroslav Tichý presso lo spazio espositivo della Fondazione: www.rolla.info

Untitled
Vintage gelatin silver print
9.8 × 8.5 cm

Untitled
Vintage gelatin silver print
16.1 × 14.1 cm

Untitled
Vintage gelatin silver print
18 × 12.9 cm

Untitled
Vintage gelatin silver print
13 × 9 cm

Untitled
Vintage gelatin silver print
10.2 × 11.5 cm

Untitled
Vintage gelatin silver print
23.9 × 17.9 cm