Giorgio Morandi, Natura morta. 1952. Collezione privata

«Nemmeno poi così belli, quei Morandi!». Io sono sul lungolago, di fronte alle vetrine di un negozio del lusso e a parlarmi è una persona autorevole, esperta, leader del mondo dell’arte. Ho il solito scompenso: non me ne ero accorto, non guardo abbastanza bene, mi occorre essere più preciso. Lo stesso commento sui quadri di Morandi mi viene proposto da altri, sempre esponenti del mondo dell’arte e intanto io ci rifletto. Apporre una etichetta di qualità a un quadro di Giorgio Morandi mi sembra un gesto fuori luogo. Si tratta di un artista che ha perseguito una ricerca precisa con la quale egli ha contribuito alla costruzione della nostra cultura visiva, di quella pittorica, morfologica, iconografica. I tasselli del suo lavoro sono da leggere, appunto, come tasselli e ogni volta è interessante vedere quale soluzione l’artista ha adottata o cercata o quali ipotesi ha affrontate sul campo visivo all’interno del suo percorso. Sicché io sono sempre più perplesso sull’atteggiamento di valutare con un voto o un giudizio di merito quei tasselli. Detto questo, torno più volte a vedere i quattro quadri di Giorgio Morandi e ne sono ogni volta più ammaliato e irretito per il modo in cui egli, in ciascuno di essi, affronta alcuni temi: per esempio la relazione tra le tonalità cromatiche e tra le densità luministiche e poi la relazione tra i volumi e il modo in cui ogni singolo volume viene presentato, ma anche analizzato e trasferito nella rappresentazione; mi fermo qui, sarebbe necessario proseguire e spero di poterlo fare prima o poi. A questo punto decido di confrontarmi su quei quattro quadri con alcuni amici, per avere conferma del fatto che non avevo commesso particolari errori di valutazione e che l’etichetta “brutto” / “non così bello” apposta a quei lavori non solo è fuori luogo ma è anche sbagliata. Perché? Perché operatori esperti, visitando una esposizione, sono indotti in errore in questi termini?

A Lugano ha aperto a fine estate un nuovo centro culturale, si chiama LAC (Lugano Arte Cultura). Si tratta di una bella opportunità per i cittadini ticinesi, svizzeri, lombardi e del mondo. L’architettura dello spazio soffre di una moltitudine di errori ma certo lo spazio è migliore di tante cose costruite anche recentemente (si pensi al Museo delle Culture di Milano che spalma sull’esigenza di uno spazio in grado di valorizzare la contemporaneità culturale una concezione da concessionaria della BMW). La prima mostra che occupa la parte principale degli spazi espositivi del LAC è intitolata Nord e Sud ed è una serie di abbinamenti confusionari tra autori importanti rappresentati in mostra quasi sempre con bei quadri. Topico il caso dell’affiancamento di un paio di rappresentazioni di oggetti su tavole imbandite di Albert Anker, illustratore della vita sociale e dell’umanità attraverso la pittura e dei quattro lavori di Giorgio Morandi, ricercatore di una serie di temi interni alla pittura attraverso la coltivazione metodica di un limitato inventario di soggetti iconografici. Quando mi sono trovato di fronte all’affiancamento sono sbottato: «ma siamo all’aeroporto!», ho manifestato ad alta voce, «mettono tutto con tutto, qualsiasi cosa con qualunque altra». Si tratta in effetti di un abbinamento che può generare solo confusione e che quindi tradisce il compito sociale di una mostra, o per lo meno uno dei più importanti, cioè quello di dare indicazioni al pubblico per accrescere la propria cultura. Delle implicazioni nocive di questa confusione nessuno di noi è immune e tutti caschiamo, una volta o più altre, in errore, subendo per conseguenza un impulso a valutare male e a vivere male la realtà, a partire dalla realtà pittorica.

Mi avvicino al bancone della biglietteria della mostra La Grande Madre, al Palazzo Reale di Milano, accanto alla biglietteria della mostra Giotto. Sono colpito dal vedere, ogni volta che mi imbatto nella mostra Giotto, un certo afflusso di persone. Manifesto il mio gradito stupore all’addetto dei biglietti ed egli mi risponde con una excusatio non petita, dicendomi che invece la mostra per la quale io sono di fronte a lui ha meno afflusso perché è una mostra di arte contemporanea.

Boh, penso: cosa c’entra? Vabbè, ed entro…