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Un niente denso

Sono davanti a un lembo di azzurro e penso al lavoro di Robert Ryman. Sono stordito, ogni volta che lo incontro e così è stato nella grande sala della Fondazione Beyeler dove ci sono opere della collezione Daros e poi alla fiera ArtBasel, dove un piccolo quadro di circa venti centimetri per venti centimetri era in vendita per circa due milioni di dollari.

Il lembo è sovrastato da cumuli di grigi, alcuni molto scuri, altri derivati ancora in azzurri e in chiarori innumerevoli. Tutto ciò non c’entra, con Ryman? Non lo so. Il suo lavoro è anche realistico. Il lavoro di Ryman è minimale, è concettuale, è radicale ed è anche realista e naturalista.  In ogni caso io sto, davanti al lembo azzurro, pensando al bianco di Ryman e al bianco presente nella realtà che ho di fronte e che trovo a piccoli segni, come dei baffi orizzontali disposti lungo assi prospettici che la mia vista costruisce. C’è la prospettiva nel lavoro di Ryman?

Direi di no. Nei suoi lavori la realtà è costruita da zero. Vi è un grado zero dal quale ogni volta si parte e sul quale l’artista costruisce un mondo. Non vi è quindi bisogno che tale mondo sia riconoscibile all’interno della tradizione alla quale siamo abituati e nella quale troviamo la prospettiva. Il mondo che riconosciamo nel lavoro di Robert Ryman è composto dalle componenti stesse. Vi è innanzi tutto il supporto, eletto a componente dell’immagine. Che si tratti di una tela, di un metallo, per esempio rame o alluminio, il supporto è parte integrante dell’opera. Vi è poi lo strumento, possiamo dire propriamente il medium, che serve a collegare, a mettere in relazione strutturale, il supporto con la parete che lo ospita e che può essere anche un brandello di nastro adesivo bianco. Capita molte volte di accorgerci che i nastri adesivi che collegano il cartone dipinto alla parete sono una componente fondante dell’opera. Ancora, vi sono i materiali utilizzati dall’artista, che si distinguono dal supporto stesso, perché per esempio il rame è anche un colore e non soltanto una lastra sulla quale l’artista ha dipinto e così succede con la tela o il cartone o il metallo o la materia utilizzata per dipingere (olio, Enamelac, per esempio).

Perché succede tutto ciò e come tale articolazione delle componenti costruisce la realtà di cui stiamo parlando?

Il lavoro di Robert Ryman viene presentato in genere come una indagine sugli elementi fondamentali della pittura; si insiste sulla eliminazione del colore, presentata come condizione per concentrarsi meglio su tale indagine. In realtà, in Ryman il colore è ben presente: il bianco della pittura (talvolta immerso in brandelli di azzurro o di rosso), il giallo del cartone del supporto, il color rame della lastra lasciato immune dalla pittura o il grigio del metallo.

La specificità di Ryman, nel concentrarsi sulle condizioni della pittura così come fanno moltissimi pittori, è di non rinunciare allo spessore del gesto pittorico, al suo potere narrativo anche; contenendolo, però, a uno spettro di possibilità che potrebbe sembrare limitato. Concentrando la propria azione alle componenti che stiamo evocando, potenzia il ruolo di queste, il significato e la capacità espressiva .

Insomma, si ha l’impressione che Robert Ryman faccia pochissimo o meglio che i suoi lavori siano fatti di pochissimo : il termine più appropriato è, credo, ermetismo. A un novero relativamente limitato di componenti, Robert Ryman affida il compito di una vasta loquacità potenziale (si pensi per esempio a quanto sono loquaci gli innumerevoli bianchi).

Tutti questi aspetti si ritrovano nella sala della Fondazione Beyeler, nonostante un allestimento e una illuminazione che tendono a fagocitare le poche opere nell’ambiente che le accoglie.  Anche la metrica costituita dal rapporto tra le opere esposte, alcune grandi, altre piccole, alcune più simili a un quadro, altre più simili a un lavoro meramente concettuale, alcune più sofisticate, altre più radicali è uno dei motivi di attrazione e di interesse per la personalità di questo artista.