“Forse la vera fotografia totale – pensò – è un mucchio di frammenti d’immagini private, sullo sfondo sgualcito delle stragi e delle incoronazioni” Italo Calvino, “L’avventura di un fotografo” in Gli amori difficili, 1970

Sontag sosteneva che collezionare fotografie ci dà la sensazione di collezionare il mondo, di poterlo ricostruire e custodire nella nostra memoria in un’antologia per immagini: ogni fotografia, scriveva, “è solo un frammento e, col passare del tempo, i suoi ormeggi si staccano. Il suo peso morale ed emotivo si dissolve ed essa va alla deriva in un generico passato, aprendosi a ogni sorta di lettura (o di accoppiamento con altre immagini)”.

La pratica dell’archivio, dell’appropriazione e della risignificazione delle immagini è centrale in alcuni interessanti lavori di giovani fotografi italiani, nei quali recuperare e usare le “immagini degli altri” significa prima di tutto riflettere su come l’immagine d’archivio, o presunta tale, per la sua stessa natura influenzi la nostra percezione della storia, che sia collettiva o individuale. Ma anche interrogare la fotografia e la sua intrinseca ambiguità tra “vero” e “falso” e indagare le diverse declinazioni dell’autorialità. Tutti questi lavori sfruttano la resilienza delle immagini, prelevandole da archivi già esistenti o accumulandole andandone a costituire di nuovi, con l’intento non tanto di rimettere insieme i pezzi e comporre una narrazione lineare ed esaustiva, ma piuttosto di cercare dispositivi concettuali che permettano di scavare più a fondo.

Con Loss of innocence (2011), che l’autore stesso definisce una “inchiesta iconografica” sugli anni “della strategia della tensione”, Giorgio Barrera riflette sulla memoria collettiva del nostro paese e sulla persistenza nel nostro immaginario quotidiano di alcune immagini di quel passato in un lavoro che, attraverso la manipolazione delle immagini d’archivio e l’utilizzo di fotografie recenti, intende creare dei ponti temporali e di contenuto tra il presente e un passato che, essendo prossimo ma allo stesso tempo distante, percepiamo come in un limbo temporale.

La documentazione delle rivolte scoppiate in Nord Africa a partire dalla fine del 2010, e che conosciamo come “primavera araba”, è stata per la maggior parte realizzata dalla popolazione stessa che, attraverso smartphone e videocamere amatoriali, ha diffuso e condiviso in tempo reale immagini e video del conflitto. Di fronte a questa sovrapproduzione, The Arab revolt (2012) trattiene una manciata di fotogrammi dei moltissimi filmati amatoriali reperibili sul web. Rifotografandoli con la Polaroid, Giorgio Di Noto non ci parla di fatti, luoghi e persone ma, rimarcando il confine sottile che esiste tra documentazione e testimonianza e assecondando i clichè della fotografia di guerra, costruisce una sorta di nuovo alfabeto della nostra memoria visiva di quegli eventi.

Raccontare la memoria collettiva di un popolo mettendo sullo stesso piano scatti propri, fotografie commissionate ad altri autori, immagini collezionate negli anni e prelevate dal web e dagli archivi è quello che fa Claudio Gobbi nel suo progetto Armenie ville (2007-ongoing), dove la chiesa diventa la traccia costante della storia del popolo armeno nel tempo e nello spazio. Le peculiarità seriali del soggetto rappresentato, le cui forme architettoniche resistono pressoché inalterate da oltre 1500 anni, si riflettono nell’approccio “accumulativo” del progetto, che crea un sistema di relazioni tra le immagini, al tempo stesso rappresentazione di un determinato soggetto e negazione di uno sguardo e di un punto di vista unici.

Sono venuto di mia spontanea volontà… (2011) di Giuseppe De Grazia restituisce dignità alla storia di Piero, affetto da una grave forma di schizofrenia. Le sue fotografie, e Piero ne scattava moltissime per conservarle alla rinfusa in una scatola in piccole stampe 10x15cm, sono costruite con un linguaggio privo di sovrastrutture ma esteticamente significativo e a volte sorprendentemente vicino, nello sguardo e nella poetica, a quello di una generazione di fotografi italiani nel solco della quale oggi si muovono in molti. Recuperarle e mostrarle è un modo per ricucire la ferita della malattia, svelando la memoria tormentata, e forse persino inconsapevole, che quelle immagini custodiscono.

 

All images courtesy the artists:
Giorgio Barrera, Loss of innocence, 2011
Giorgio Di Noto, The Arab revolt, 2012
Claudio Gobbi, Armenie ville, 2007-ongoing
Giuseppe De Grazia, Sono venuto di mia spontanea volontà…, 2011

 

Chiara Ruberti. Dopo la laurea in Storia dell’Arte, ha lavorato con la Fondazione Alinari (Firenze) prima come assistente al direttore scientifico, poi come responsabile dei progetti editoriali. Dal 2014 è coordinatore del Photolux Festival (Lucca) e collabora con Dryphoto arte contemporanea (Prato).