Così come gli uomini, anche gli oggetti posseggono la capacità di esprimere un linguaggio. Le loro lingue, al pari degli idiomi classici, sono continuamente tradotte perché l’uomo possa comprenderle. Gli studi tradizionali collocano la traduzione fra due idiomi indipendenti, ma la presenza di linguaggi oggettuali – dove le lingue derivano dalle pratiche e non si configurano come eredità culturali – riposiziona il processo all’interno delle lingue stesse[1]. Portando il discorso all’estremo possiamo quindi dire che i processi della traduzione, rimbalzando fra uomini e oggetti , coincidono con una lingua vera e propria. Se questo è vero siamo di fronte a una lista senza precedenti di nuove lingue, da cui derivano nuovi analfabetismi.

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Nello scenario attuale il digitale ha inglobato e amplificato la questione. Tuttavia i nuovi analfabetismi non riguardano solo i linguaggi che hanno trovato nel digitale una naturale evoluzione ma anche, sia pure indirettamente, quelli che continuano a mantenere altre e più tradizionali forme espressive. Un caso emblematico è quello dell’audiovisivo, dove ogni oggetto subisce una serie di modifiche fra emittente e ricevente: per valutare un documento video si dovrebbero perciò considerare le compressioni, le codifiche e le decodifiche che il file tollera per arrivare sul display che attua l’ultima trasformazione. Tale valutazione, solo apparentemente tecnica, è di pari valore a quella più consueta analisi sulla qualità, l’attendibilità e la credibilità di fonti e autori. In questo senso, nessuno vedrà la stessa partita durante i prossimi mondiali di calcio: il segnale si relativizzerà in maniera sensibile sui diversi apparecchi.

Tale modello di comunicazione può essere pensato come un passaparola fra utenti capaci di gestire un messaggio solo a patto di riorganizzarne la logica. La comprovata distorsione, generata dalle continue riorganizzazioni, incide indirettamente sul contenuto perché ne muta la lingua. Ogni riorganizzazione è infatti codificata attraverso scelte che, attuate in risposta a diverse esigenze, sono il portato di precisi contesti. Quello che un software è in grado di fare al posto dell’utente, come tradurre un sistema di segni numerici in un linguaggio che siamo in grado di riconoscere, è infatti una capacità programmata al fine di assecondare richieste di autorialità, trasportabilità, commercio, qualità e fedeltà. Si potrebbe quindi arrivare a dire che c’è molta più lingua nel codec (la codifica digitale di un segnale) che nel segnale stesso. Difficilmente però l’uomo si preoccupa di creare nuovi stilemi senza prima avvertire i limiti di ciò di cui dispone: la lingua si manifesta allora nell’arbitrarietà delle scelte. Imparare a trattare un video, a leggerlo e analizzarlo, equivale quindi allo studio di una lingua straniera, anche se il contesto socio-culturale di riferimento non coincide necessariamente con i confini delle nazioni.

Intorno a tutto questo si svolge la più grande guerra vissuta dalla nostra generazione. Il conflitto ha generato il confuso (spesso sovrapposto) ambiente linguistico attuale, dove alcuni codici sembrano avere la meglio su altri e la distanza rispetto ad essi identifica nuovi ceti sociali. Tale processo è corroborato dal progresso tecnologico che illude di poter comunicare attraverso le nuove linguein maniera istantanea, senza il bisogno di studiarle e comprenderle. Il voler negare una necessaria istruzione, ostentare analfabetismo sotto forma di sufficienza, traccia così un percorso di imbarbarimento. Non è infatti scontato che l’affidarsi agli istinti permetta di interpretare, conoscere e perfino riprodurre. Il proliferare di errori logici e grammaticali nell’uso di quasi tutte le nuove lingue ne è una chiara dimostrazione.

Si è voluto quindi far notare come il tema sia complesso e centrale ma al contempo vissuto come secondario, se non addirittura oscurato nel nome dello user friendly. Il concetto di traduzione che questa rivista propone in varie declinazioni, non tutte legate al digitale, è quindi da considerare come un punto di partenza per acquisire maggiore consapevolezza della complessità dello scenario linguistico. La stele di Rosetta delle nuove lingue esiste, viene continuamente riscritta davanti ai nostri occhi.

 

[1]Si veda a questo proposito: Hito Steyerl, The Language of Things