Il Laboratorio di Storia e storie è stato inaugurato il 2 marzo 2007 dopo quasi cinque anni di riflessioni e lavoro nati da un articolato processo che ha visto coinvolti l’artista, i nuovi committenti, lo staff del programma Urban 2 a Torino e le mediatrici culturali. Nel cuore del quartiere simbolo della Torino industriale, nella primavera del 2007, una cappella settecentesca da anni chiusa per degrado architettonico è stata riaperta per ospitare un laboratorio didattico sulla narrazione ideato dall’artista Massimo Bartolini e voluto da un gruppo di insegnanti delle scuole di quartiere. Destinato a essere utilizzato dalle classi e visitabile dal pubblico, il Laboratorio è nato a seguito di un percorso didattico, svolto dalle insegnanti, sulla memoria di Mirafiori. Fotografie, interviste, documenti erano stati raccolti e utilizzati per riscrivere la storia dello sviluppo sociale e culturale del quartiere: la storia della Fiat ma anche quella del quartiere agricolo, quando l’area era occupata da cascine, gli anni della seconda guerra mondiale, quelli della ricostruzione, dei processi d’immigrazione, dagli anni sessanta fino ai più recenti. La domanda rivolta all’artista dalle committenti era quella di creare un luogo capace di contenere questa memoria “minima”, realizzare un archivio-laboratorio che mettesse in relazione quella storia con la Mirafiori postindustriale. Nella Carta d’Intenti, documento firmato dalle committenti con l’artista e le mediatrici, è sottolineata la volontà di ideare: “una sede dove, attraverso la sperimentazione e lo sviluppo di nuovi linguaggi didattici, si promuova una maggiore conoscenza del territorio contribuendo a consolidare negli abitanti un senso di appartenenza allo ‘ spazio che si abita”’.

Massimo Bartolini_Laboratorio_photo Giulia Caira (2)

Oggetto della committenza è stato anche il restauro della Cappella Anselmetti, che si trova proprio vicino alle scuole, e quindi la sua assegnazione a un nuovo valore d’uso nel rispetto dei suoi caratteri storici, architettonici e spirituali.

Ma come può, un desiderio, non privo di dubbi e interrogativi, divenire luogo d’arte abitabile, laboratorio di storie e spazio di riflessione?

Parlando della sua ricerca, Massimo Bartolini ha di frequente sottolineato la volontà di “rendere praticabile l’immaginazione” e molto del suo lavoro è infatti incentrato sulla creazione di ambienti che coinvolgono corpo e mente di chi vi accede. Contemplare è l’esperienza che suggeriscono molte tra le opere dell’artista italiano, senza per questo, e in questo caso, evidenziare unicamente l’aspetto religioso.

I luoghi di Bartolini si presentano come spazi di ascolto, stanze “per tutti ma uno solo alla volta” come le definisce l’autore. Invitato a intervenire per il ridisegno della Cappella Anselmetti e per i due piccoli ambienti attigui, l’artista ha ideato un percorso di graduale passaggio dalla riflessione all’elaborazione e al fare.

Segno distintivo del progetto è una libreria costituita da una serie di scaffali che, nella cappella, sono destinati a restare vuoti, funzionando da leggero filtro percettivo alle superfici murarie, una sorta di “sostegno” che segue le pieghe, gli spigoli e le volute dell’architettura storica e prosegue poi anche nelle stanze destinate ad archivio con la funzione pratica di custodire materiali e documenti.

Massimo Bartolini_Laboratorio_photo Giulia Caira (3)

Al vuoto dello spazio aulico, inteso come invito all’ascolto e alla riflessione, fa da contrappunto il pieno delle stanze adiacenti, dove gli scaffali si sviluppano in ideale continuità con il piano terra. L’attenzione per ciò che sta alla base e ci sostiene, ricorrente in molta parte della ricerca dell’artista, trova invece espressione in un intervento di grande impatto visivo: una griglia a forma d’archivio trasformata in pavimento, un sistema di moduli in legno concepiti come altrettanti contenitori illuminati dall’interno che rendono i contenuti che vi sono raccolti, l’effettivo e al tempo stesso metaforico, “campo” sul quale poggiano i passi di chi, quel luogo, lo abita. Nell’attrezzare gli spazi di lavoro, Bartolini ha inoltre disegnato un arredo trasformabile a seconda delle esigenze didattiche e che prosegue anche nel giardino – condiviso dalla Cappella e dalla scuola – con la presenza di un tavolo-seduta circolare che abbraccia un grande albero.

Visibilmente distante da e in contraddizione con quella porzione di città fino a ieri disegnata e segnata dalla monocultura della grande produzione e oggi invece in fase di radicale ridisegno post-industriale, perché proprio qui l’opera di Massimo Bartolini? Perchè qui, a Mirafiori, inserita in un contesto di radicale mutamento?

Perché la ricerca dell’autore è un andare attraverso i tempi, un attraversare la storia: di ciò che è stato, di ciò che è e di ciò che sarà. In un tempo e in un luogo – Mirafiori – che parevano immobilizzati dalla loro stessa memoria e dall’incapacità di proiettarsi nel futuro, si è scelta un’arte che è soprattutto un procedere “verso” tempi, forme e funzioni. Le opere di Bartolini sono particolari dispositivi di pensiero, luoghi che accennano a una sorta di vaghezza intesa come la bellezza di ciò che è mobile, di ciò che non è dato o definito ma solo suggerito.

Massimo Bartolini_Laboratorio_photo Giulia Caira

Stare nei luoghi di Bartolini è come abitare spazi che ci allontanano dall’ovvietà e sono aperti a “una reinterpretazione del mondo” .

“Mi piace pensare che ci sia una materia come un movimento immutabile e permeabile che è sempre lo stesso. Un’attitudine che è sempre la stessa, ma nonostante questo fa degli incontri che le permettono di manifestarsi sempre diversamente” . Massimo Bartolini descrive così il suo fare. E mentre fa, con il pensiero e la materia, fa degli incontri, che nel caso di Torino sono stati molti: i vincoli dell’architettura, il rispetto del protocollo del programma e del carattere spirituale originario del sito ma anche le domande delle committenti, le loro richieste, i loro dubbi. Nel corso dell’ideazione, e non meno della progettazione, ad aprire il campo alla possibilità non è stato il terreno lineare, piuttosto le derive degli interrogativi e, aspetto frequente nella relazione tra il pubblico e l’arte contemporanea, anche le iniziali diffidenze rispetto al senso dell’opera.

La partecipazione infatti, non è, e non può essere, un campo pacificato. È piuttosto il confronto, gli interrogativi sul senso del progetto e del fare, i suggerimenti, le varianti in corso d’opera, lo studio dei materiali o la funzione degli arredi che aprono il campo alla possibilità, a quell’andare “verso”; e nell’andare, tracciare – lentamente – un campo d’immaginazione, uno spazio di idee che è il “bello”, inteso non come categoria assoluta ma come occasione che ci allontana dall’ovvio e ci accompagna in una ricerca volta a più alto spessore di senso.

Lisa Parola, estratto da Axis mundi: tra l’utopia e il fare pubblicato in Nuovi Committenti. Arte contemporanea, società e spazio pubblico, Silvana, Milano, 2008

 

Massimo Bartolini, Laboratorio di Storia e storie, 2002-2007
Photo: Giulia Caira