La voce e il silenzio di Pietro Gaglianò

I am trying to be unfamiliar with what I am doing.
John Milton Cage

All’opposto della moltitudine che affolla i portici pericolanti e si affaccia nel vuoto dalle innumerevoli finestre della Torre di Babele, dove si compie (biblicamente) la frammentazione dell’umanità, si perde l’unità della lingua originaria, e l’incomprensione diventa conflitto, all’opposto di tutto questo c’è la volontà di ascoltare.

Nell’ascolto si produce la definizione di uno spazio che comprende altre persone in un rapporto non gerarchico. In questo spazio è possibile narrare in modo autonomo l’appartenenza a un luogo, a una storia, a una prospettiva verso il futuro. Ecco perché l’ascolto sembra ritrarsi progressivamente dalle abitudini delle società egemoni, che cercano spazi solo per azioni di occupazione, di sfruttamento economico, di colonizzazione culturale. C’è un progetto di Maria Teresa Alvez, Brasilian recipes, che descrive come questa consuetudine egotica sia anche la base di molti interventi artistici orientati verso le realtà postcoloniali e i nuovi orizzonti delle mappe geopolitiche  – delineate quasi sempre da autori e studiosi europei o statunitensi. Tornata negli anni Ottanta nella zona di origine della sua famiglia, lo stato brasiliano di Paranà, Alves ha chiesto alle persone del luogo di concederle un racconto, una descrizione legata all’alimentazione, raccogliendo  immagini, brevi storie sulla comunità, sulla fame, sulla condivisione del cibo. Brasilian recipes avrebbe dovuto diventare un libro, ma finora non è stato pubblicato, e costituisce uno dei primi tentativi in un paese (all’epoca) marginale rispetto agli scacchieri del potere e della finanza di raccontare il paese stesso dal punto di vista di chi appartiene alle fasce di popolazione più povere: senza la condiscendenza dell’artista antropologo, senza l’indignazione infiammata dell’attivista, senza il filtro dello sguardo esterno. Brasilian recipes nasce da un ascolto praticato come forma di conoscenza, senza giudizio, fuori da ogni ottica preconfezionata, e descrive uno spazio in mutazione più sinceramente di qualsiasi documentario.

Nelle espansioni della sensibilità contemporanea l’ascolto, l’intervallo impegnato dalla ricezione di una sonorità, tende a produrre spazio, qualcosa di visibile. Per John Cage l’ascolto e la visione erano i due sensi “pubblici”, capaci secondo lui di produrre una relazione immediata tra più persone, senza bisogno di prossimità fisica. E questa relazione si svolge attraverso lo spazio descritto dalla presenza fisica, geometrica, delle persone e dalla disposizione reciproca o univoca all’esperienza sensoriale. Quando nel 1952 Davi Tudor esegue a New York la prima di 4’33’’, si mette in opera una descrizione precisa e irripetibile di uno spazio attraverso il suono (tanto precisa quanto irripetibile proprio per l’esattezza della sua immanenza); la comprensione di questa dimensione complessa è riservata a chi sceglie di esercitare l’ascolto, attribuendo all’accidentalità, alla natura, alla presenza simultanea di altre persone, un altro valore, un interesse superiore di quello investito nell’opera. Cage (che diceva di poter fare a meno del pianoforte, avendo a disposizione la 6th Avenue) riforma così l’idea dell’ascolto rivolgendo l’attenzione al mondo e conferendo all’ascoltatore la responsabilità di definire come arte la qualità della propria conoscenza.

Questa rinuncia all’intenzionalità dell’artista (ma non all’impegno di creare le condizioni per l’arte) assume una funzione creativa, che unisce possibilità etiche ed estetiche: l’ascolto infatti prevede un riconoscimento dell’altro che si produce attraverso percorsi immaginativi. Basterebbe poco.

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Photo / Roberto Paci Dalò “Pietro Gaglianò for Everydayjohncage”

N°5 / The Forest – Contents