Notas y reflexiones: Sei curatrice di “Beirut” al Cairo da circa un anno. In che modo il contesto egiziano ha influenzato la tua attività curatoriale e la tua programmazione a “Beirut”?

Antonia Alampi: Riflettere sempre sul significato politico, la valenza ideologica, la necessità e rilevanza di ciò che propongo e penso.

AeR/NyR: Che tipo di istituzione è “Beirut”? Che situazione hai trovato al tuo arrivo e cosa vorresti lasciare?

AA: Beirut è tante cose, un’istituzione in fieri, un collettivo, un ufficio curatoriale, è una villetta di tre piani degli anni quaranta ad Agouza, uno spazio espositivo e una comunità un po’ anni ‘70. Sono arrivata trovando una “Beirut” che ora è molto diversa, “Beirut” siamo noi, un’istituzione è costituita dalle persone che la animano e dalla loro interazione.

AeR/NyR: Sul www.beirutbeirut.org si legge che “Beirut” è un’istituzione che considera il suo spazio come un atto curatoriale. Cosa significa per te questa dichiarazione? Quali sono le possibili conseguenze di un atto curatoriale in un contesto come quello de Il Cairo?

AA: Curare un’istituzione per noi vuol dire evocare sistematicamente lo spazio che indugia tra le persone, così come l’arte, la vita quotidiana e i luoghi che la circondano. L’idea è quella di pensare al di là dei protocolli o dei sistemi già in uso, altalenando tra il dimenticare e il ricordare ciò che ci ha preceduto. Dobbiamo pensare creativamente, immaginare! E naturalmente imparare a portare avanti un’istituzione in un contesto instabile, dove la fluidità prevale come elemento condizionante della situazione politica e del suo futuro. Crediamo che il costruire un’istituzione artistica come atto curatoriale in sé permetta di sviluppare lateralmente gli strumenti per restaurare la centralità dell’arte. È per questo che abbiamo immaginato la possibilità di un ruolo degli artisti all’interno del processo in cui un’istituzione prende forma, legalmente, finanziariamente, nel suo design amministrativo, nella sua immagine pubblica, nel suo linguaggio. Su questa linea un esempio chiaro è l’aver commissionato la nostra registrazione legale al duo Goldin+Senneby. Legalmente parlando, “Beirut” si firma Goldin+Senneby LLC. In questo senso, anche portare avanti la nostra programmazione in “stagioni” articolate attraverso una serie di attività e domande interconnesse contribuisce allo sviluppo delle nostre metodologie curatoriali, e ci aiuta a rimanere flessibili e sensibili ai sentimenti che ci circondano.

AeR/NyR: Il tuo approccio curatoriale al “Beirut” ha aperto molte questioni connesse tra loro. Le hai svolte e declinate attraverso differenti modalità di lavoro ed esposizione. A quale punto senti di essere arrivata? Ci sono domande a cui senti di aver dato una risposta o temi che adesso percepisci come risolti? Le stagioni future ripartiranno dal lavoro svolto nel primo anno o toccheranno altre tematiche?

AA: Non credo ci siano mai risposte certe e date una volta per tutte, ma sicuramente ho, ed abbiamo, imparato molto proprio “facendo”, per quanto banale possa sembrare. Ogni stagione in un certo senso confluisce nella successiva, anche perché non ci atteniamo rigidamente a criteri “tematici”. La nostra nuova stagione per esempio riflette sull’educazione, sull’imparare, sul costruire invece di istruire, sul ruolo dell’arte e della creatività come fondamentali stimoli al pensiero, alla ricerca di alternative, allo sperare e attivamente contribuire ad un risultato che sia “diverso” rispetto a quello cui condurrebbero le condizioni date. Chissà, pensandoci in prospettiva ciò magari è anche dovuto al fatto che marca decisamente il nostro primo anno di attività. Al Cairo il 19 Settembre inauguriamo una mostra collettiva dal titolo “Writing with the other hand is imagining”, apertamente ispirata a Scrivere con la mano sinistra è disegnare di Alighiero Boetti, con lavori di Luis Camnitzer, Dina Danish, Redmond Entwistle, Malak Helmy, Adelita Husni-Bey, Parallel Lines, Mladen Stilinović e Katarina Zdjelar. Avremo poi un ricco programma di laboratori e workshops, parte del nostro Imaginary School Program, con contributi, tra gli altri, di artisti come CAMP, Adelita Husni- Bey e Snejanka Mihaylova. In Novembre inaugureremo una mostra personale di Lawrence Abu-Hamdan, già con noi in ricerca la stagione scorsa, cui abbiamo commissionato un nuovo lavoro nato proprio dal suo periodo al Cairo. Ciò segna l’inizio del nostro nuovo programma “Beirut Collaborative Commission”, il cui scopo è commissionare lavori in partnership con altre istituzioni, il che è anche dovuto al fatto che spesso è molto difficile che lavori nati e cresciuti qui siano poi anche distribuiti a livello locale. Infatti la mancanza di infrastruttura fa si che spesso i lavori vengano visti globalmente ma senza alcun tipo di visibilità in Egitto, luogo in cui, teoricamente, dovrebbero forse avere anche più rilevanza.