Si è appena conclusa a LOCALEDUE la mostra Made in Germany di Giuseppe De Mattia. L’autore ha presentato, come fossero disegni d’autore, cinque particolari foglietti. Gli oggetti provengono da un archivio costruito da De Mattia in oltre dieci anni di raccolta. Sono le carte che un rivenditore e restauratore di penne tiene sul bancone affinché gli avventori possano provare lo strumento prima di comperarlo. La collezione, che aveva raggiunto un significativo numero di oltre mille esemplari, è stata ridotta a soli 70. L’autore racconta a NYR il perché di questa violenta selezione e della sua esperienza tra fotografia e archivi.

NYR: Made in Germany è in qualche modo l’esposizione di un tuo archivio. Perché hai scelto un allestimento così “classico” che difficilmente rimanda all’idea di una raccolta?

Con il curatore abbiamo immaginato la necessità di un gesto forte . Per raggiungere lo scopo la mostra avrebbe dovuto apparire minimale, a dispetto della vastità della raccolta. Ho quindi deciso di scegliere cinque fogli tra i più rappresentativi della collezione e di inquadrarli in cornici ampie e passepartout generosi. Quello che volevo ottenere era costringere lo spettatore a guardare questi oggetti come fossero disegni d’autore.

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Giuseppe De Mattia, Made in Germany, 2015. Exhibition view at LOCALEDUE. Ph Carlo Favero

NYR: Perché il titolo Made in Germany?

Il titolo proviene dal marchio “Lamy. Design Made in Germany” che caratterizza molti dei foglietti da banco delle cartolibrerie.

NYR Perché, dopo aver speso oltre dieci anni nella costruzione di un archivio di notevoli dimensioni, hai poi deciso di salvarne solo una piccola parte?

Nel raccogliere i foglietti ho agito da collezionista. Nasco ossessionato collezionista del mondo e sin da piccolo ho accumulato qualsiasi cosa fosse nelle mie possibilità, sviluppando perfino quella strana consapevolezza che “l’immondizia” possa essere bella,  che ogni scarto del tempo possa essere interessante.
Quando ho cominciato a conservare i foglietti LAMY non sapevo ancora cosa ne avrei fatto. Pensavo, certo, che prima o poi li avrei utilizzati, magari fuori scala, fotografandoli e e ingrandendoli.
Alla formalizzazione attuale ha contribuito fortemente la frequentazione bolognese con altri autori, in primis Riccardo Baruzzi. I dialoghi con lui, sul suo lavoro e su quello di autori storici, hanno definito e rafforzato la consapevolezza di cosa volessi fare dei LAMY.
Il fatto che ne siano rimasti solo 70 è frutto, come in altri miei lavori, dall’erosione comparata di processi temporali e autoriali: traslochi, problemi di spazi, disattenzione, hanno fatto si che molti foglietti andassero persi. Negli anni è anche successo che chi viveva con me, non sapendo cosa fossero, li scambiasse per spazzatura e li buttasse. In un secondo momento, ho attuato una selezione basata su canoni estetici e sul riconoscimento del segno. Insistendo con la necessità di scegliere, ho concentrato il lavoro su una piccola parte della raccolta, il segmento che ritenevo capace di enunciare cosa mi interessasse veramente di questi oggetti. Ho quindi inquadrato lo sguardo sui LAMY cercando di percepire le intenzioni del pennaio, Giancarlo Scarano, di verificare la strumento-penna. Scarano è diventato, nell’arco di 10 anni, il mio unico fornitore di foglietti di prova. Avevo individuato nei suoi gesti tecnici un fortissimo inconscio artistico. I 70 foglietti che ho salvato vogliono raccontare il rapporto e le ambiguità percettive tra inconscio tecnico e inconscio artistico. Lo scarto, ovvero attivare un approccio ecologico sull’archivio, erano pratiche necessarie per mettere a fuoco tali interrogativi.

NYR Altri tuoi lavori funzionano in rapporto con gli archivi; mi viene in mente “La Coincidenza Dello Sguardo”, una tua personale nella quale hai collaborato con l’archivio bolognese Home Movies per rintracciare all’interno di film amatoriali degli anni ’70 la presenza di inquadrature che dialogassero con le foto di Luigi Ghirri…

Il mio lavoro è fortemente influenzato dai “sistemi” di archivio. Mi sono reso conto, dopo anni di fotografia, che ciò che mi interessa di più di questo sistema visivo è che, alla fine, tutto si riduca ad un pezzettino di carta. La fotografia che mi interessa è un documento utile, un oggetto che possa servirmi. Per cui una fotografia  come oggetto che io possa anche raccogliare, ritrovare e  riutilizzare. Il lavoro fatto con Home Movies (Archivio Nazionale del Film di Famiglia) per il progetto La coincidenza dello sguardo è simile a Made in Germany. Non ho usato fotografie note, anzi, non ho usato propriamente fotografie. Ho usato dei frames, delle immagini che avevano una diversa funzioni,  per trasformali in oggetti fotografici che pretendessero di essere dei falsi dei falsi di Luigi Ghirri

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Giuseppe De Mattia, Made in Germany, 2015. 40×50. Courtesy the artist. Ph Carlo Favero

Giuseppe De Mattia (Bari, 1980) è un artista visivo. Tiene il corso “Fotografia senza macchina fotografica” per la scuola annuale di Spazio Labò (Bologna). Molti dei suoi progetti fotografici sono pubblicati in forma di libro. Nel 2015 fonda, con Luca Coclite e Claudio Musso, il collettivo “Casa a Mare”.