Alessandra Franetovich: Nello scorso febbraio mi imbattevo in un progetto multidisciplinare che coinvolgeva diverse personalità in un’idea di condivisione delle proprie ricerche basata sull’incertezza come momento di riflessione e possibile limite da valicare.

Sara Enrico: Il Laboratorio del Dubbio è un progetto che si sviluppa in sette capitoli con una programmazione molto serrata: è una residenza, uno studio, un luogo espositivo. L’idea è quella di intrecciare percorsi di artisti, ricercatori, operatori di ambiti diversi e di presentarli in due momenti pubblici, condensati in un breve tempo e dalla natura sempre diversa. Insieme a me, Ruben Levi, Marco Rainò, Gianluigi Ricuperati ed Elisa Sighicelli.

Laboratorio del Dubbio, capitolo 01 (opening) Sara Enrico – Undisclosed recipients, 2015-2016, stampa UV su nylon, ferro, magneti, dimensioni variabili Nicola Ratti – Extended studio play, current courtesy Sara Enrico

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Laboratorio del Dubbio, capitolo 01 (finissage) Nicola Ratti – Untitled (2016), audio in loop, speakers courtesy Sara Enrico.

A.F: Assieme a Nicola Ratti, musicista, e Vincenzo Latronico, scrittore, hai dato vita al primo capitolo del Laboratorio del dubbio. Sapresti spiegarmi come è nata questa combinazione e a cosa ha portato?

S.E: Ho incrociato Nicola in occasione di alcuni eventi tra Torino e Milano, ma in verità ci siamo parlati con più calma a Montreuil, ed è lì che ho conosciuto anche Vincenzo. C’erano di mezzo una collettiva cui prendevo parte, un live di Nicola e se non ricordo male una residenza a Parigi di Vincenzo. Loro due non si erano mai visti personalmente prima del laboratorio, diciamo che qui si è chiuso il cerchio. Io e Nicola abbiamo trascorso insieme alcuni giorni nello spazio. Abbiamo parlato di superficie, dell’idea intorno ad essa che stiamo maturando, di riproduzione tra bidimensione e tridimensione, tra materialità e immaterialità a partire da una sorgente, visiva o sonora e di oggetto localmente significativo. Il finissage ha coinvolto in maniera più diretta anche Vincenzo che ha proposto un collage testuale da un racconto di Donald Barthelme, e successivamente un suo testo critico. È stato un processo di sottrazione nel quale abbiamo tolto il “superfluo”, eliminato dallo spazio ciò che non era più un pensiero, ma una chiosa o un accessorio. Sono rimasti quegli elementi che come in un’indicazione di scena avrebbero suggerito alcuni dei nostri dialoghi. Undisclosed recipients, il lavoro che ho presentato per l’opening, ha lasciato posto ad altro: una stampa fotografica, una lavagna luminosa, oggetti trovati, un computer. Ho lavorato con la proiezione e il video, movimentando questi oggetti per raggiungere immagini il più possibile distanti dalla loro origine e tendenti a qualcosa di ambiguo, effimero. In qualche modo volevo focalizzare l’approccio pragmatico che adotto nella realizzazione di immagini e decostruire la dinamica che seguo tra pensiero, azione e oggetto.

Sara Enrico, Untitled (Jacquard), 2012-13, filato in poliestere tessuto a jacquard, 55x37x2 cm in collaborazione con FIDIVI Tessitura Vergnano (Poirino, TO) da Vitrine 270°, Gam Torino 2013 ph. Paolo Robino

A.F: Come si inserisce questo progetto aperto nelle dinamiche culturali e produttive (anche industriali) che muovono da sempre la città di Torino?

S.E: Lo spazio di Laboratorio del Dubbio si trova nel contesto di Toolbox, progetto di co-working che ospita diverse attività, tra cui le Officine Arduino, Fablab, Casa Yasmina. È parte di un grande complesso di edifici industriali, le ex officine Osi-Ghia che hanno ospitato dagli anni ’50 prima la Carrozzeria Ghia e successivamente gli stabilimenti della OSI, Officine Stampaggi Industriali. Da fuori si presenta come uno dei monumenti di archeologia industriale di Torino, dentro c’è un flusso di attività in crescita. Lo si attraversa quasi come uno scavo, una scultura in progressione che tende alla riappropriazione di spazi dall’interno, come un virus, seguendo una modalità costruttiva che produce tanti white cube da attivare e declinare in maniera funzionale. In questo senso, interno ed esterno vivono un’interessante antitesi anche temporale e raccontano dell’evoluzione del modo di concepire, usare ed occupare uno spazio produttivo, individuale e collettivo. Il laboratorio, nel suo porsi come luogo di sperimentazione, si inserisce dentro a questa stratificazione di senso. Potenzialmente invisibile, si muove in mezzo a tante situazioni. Immagino la classica cartella sul desktop, che contiene molti dati e diversi. Nel cercare l’informazione che ci interessa, spesso ci si imbatte in qualcos’altro e magari si decide di dare un’occhiata.

Vitrine 270°, Gam Torino 2013 dettagli da RGB (skin), 2012-13, stampa digitale su Voiron, ferro, magneti, dimensioni variabili, in collaborazione e con il supporto di Miroglio Textile (Castagnole Lanzo, AT) ph. Paolo Robino

 

A.F: Alcune tue opere, come RGB (skin) e Untitled (jacquard), sono state realizzate in sinergia con le industrie cui chiedi di modificare il materiale di tuo interesse secondo le loro logiche produttive, innescando un cortocircuito nella dimensione autoriale, che però non viene mai a mancare. Nella presunta oggettività del lavoro seriale e industriale evidenzi un substrato umano, due dimensioni che si ricongiungono nell’originarietà dell’atto creativo.

S.E: In uno scambio via e-mail mi hai scritto: “l’altro come protesi per agganciarsi a mondi non ancora propri”, partirei da qua. La protesi come strumento che può essere semplice, come una matita, o estremamente complesso come un’industria. Anche il parlare con altri è in effetti una delle forme del protendersi all’esterno, è un mezzo che si affina nel dialogo con gli altri, nel confronto delle idee, e il discorso è sempre un oggetto, per quanto complesso, che si crea in quel protendersi. Quando mi sono trovata a realizzare questi lavori in collaborazione con industrie, nel campo tessile, ciò che mi interessava era accostare la mia logica ad un sistema strutturato per la produttività. Le competenze specifiche presenti in quel sistema hanno agito in maniera antitetica su questa logica, tra accelerazioni e rallentamenti, e quel risultato specifico esiste in virtù di questa dinamica. Untitled (Jacquard) è il risultato di queste esperienze condensate nell’articolazione della sua superficie. Esso mostra il processo di trasformazione di un pezzo di tela da pittura in una tessitura jacquard, passando attraverso una scansione e l’elaborazione di una matrice digitale. La tela per me non è un semplice materiale. Ad uno sguardo ravvicinato essa è un oggetto costituito da un fitto intreccio di filati e questo la rende emblematica del rapporto tra forma e tessitura che caratterizza la realtà materiale delle cose. I miei lavori infatti necessitano di una prossemica ravvicinata, e in relazione alla nostra esperienza visiva, tattile, culturale, giocano con le nozioni di ibrido, bassa definizione, stratificazione, stravolgendone i significati.

stampa inkjet (dal film “Casanova” di Federico Fellini) courtesy Sara Enrico

Sara Enrico, vive a lavora a Torino. Tra le ultime mostre: 60. Premio Termoli. In cantiere, MACTE Termoli 2016, Supernova, Der Blitz and Mart di Rovereto, MAG, Riva del Garda 2015; Kemonia, L’a project space, Palermo 2015; Greater Torino, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino 2014; No music was playing, Les Instants Chavirés, Montreuil- Parigi 2014; Vitrine-270°, Galleria d’arte moderna e contemporanea, Torino 2013.
Nicola Ratti, vive e lavora a Milano. Musicista e sound artist attivo nell’ambito della sperimentazione elettronica, il suo ultimo disco “Pressure Loss” è uscito per Where To Now?. Collabora con Giuseppe Ielasi (Bellows), E.Malatesta ed A.Faravelli (Tilde) ed in ambito artistico ha collaborazioni con Alessandro Roma, Nicola Martini, Armin Linke e SaraEnrico.
Vincenzo Latronico è scrittore e traduttore. I suoi romanzi sono pubblicati in Italia da Bompiani.

www.laboratoriodeldubbio.it