The Body of Energy (of the Mind) è il progetto che Stefano Cagol – artista trentino da diversi anni attivo a livello internazionale – sta conducendo da più di un anno in giro per l’Europa.
Si tratta di un progetto itinerante che, iniziato a Bergen in Norvegia il 3 ottobre 2014, ha toccato i poli opposti dell’Artico e del Mediterraneo, e, arrivato fino al polo estremo di Gibilterra, è approdato alla Biennale di Venezia del 2015. Realizzato con il supporto della fondazione tedesca RWE Stiftung für Energie und Gesellschaft gGmbH, TBOE consiste in un articolato lavoro di ricerca sull’energia, intesa nelle sue differenti forme naturali, industriali, politiche, umane, culturali e sociali, di cui l’artista visualizza le tracce testimoniali attraverso l’uso di una telecamera ad infrarossi, capace di registrare tracce visive di fenomeni energetici. Concepito come un viaggio di energia e di movimento che ha portato Cagol a toccare non solo luoghi naturali (dal fiume Reno, le Alpi, le Dolomiti, la punta di Gibilterra) e industriali (le centrali eoliche di Ørslev Kloster, la U Tower di Dortmund, la centrale di Koepchenwerk), ma soprattutto musei di levatura europea (dal Folkwang di Essen, al MADRE di Napoli), è costruito come un percorso di provocazione, di azione e di messa in circolazione di energia umana, artistica e culturale. Non a caso il sottotitolo “of the Mind” è stato scelto per porre l’accento sull’elemento intellettuale come predominante, dove esso costituisce fattore di creazione di performances, intese come meta-fenomeni sociali e culturali. Mettendosi lungo la tradizione che partendo da Beuys arriva fino all’Arte Povera, Cagol sceglie di essere un provocatore di relazioni umane e concettuali fra elementi: fra natura e uomo, fra paesaggio e industria; ma soprattutto fra museo e pubblico. Dove la telecamera a infrarossi è il termometro capace di registrare la temperatura delle singole azioni, di visualizzare il racconto di questo processo invisibile di ‘messa in comunicazione’, che altro non è che il frutto di interazioni poetiche, umane, fisiche e concettuali. 

Stefano Cagol, The Body of Energy (of the mind): ONE, 2015, video. Ghent, Belgio, 3 febbraio 2015 © Stefano Cagol

 

  • Glenda Cinquegrana: All’interno di TBOE è interessante l’accorpamento di fenomeni energetici diversi, fra i quali sono ricompresi l’energia contenuta in una centrale elettrica, il movimento di un cavallo in corsa, la forza di pressione delle mani di un uomo su un albero, la presenza fisica delle persone all’interno di una stanza o del pubblico in uno spazio espositivo. Energia come risorsa posta accanto allo spontaneismo del movimento animale, quella di natura accanto all’energia sociale di un incontro fra persone, quella culturale di un happening o di una classe di studenti al lavoro, dove lo sguardo dell’artista assume una prospettiva onnicomprensiva e trasversale. Con quale prospettiva ti sei accostato all’analisi di fenomeni così distanti?
    Stefano Cagol: Tutto è nato dall’’interazione. L’interazione con i mezzi espressivi che usavo per la prima volta (una videocamera a infrarossi); l’interazione con il pubblico invitato a prendere parte liberamente all’opera d’arte senza imporre copioni prestabiliti; l’interazione con ciò che di volta in volta incontravo lungo il cammino. “The Body of Energy (of the mind)” è infatti un lungo viaggio, metaforico, dentro l’energia, in tutte le sue forme, innescando modalità di rappresentazione e visualizzazione dell’energia. Si è trattato di un viaggio durato complessivamente otto mesi, 20.000 chilometri, attraverso una decina di nazioni e altrettanti musei europei.
  • Del rapporto di interazione con i visitatori mi puoi raccontare qualcosa?
    Sono convinto che l’arte sia comunicazione. Sotto quest’aspetto TBOE ha avuto grande successo. Non ho dovuto fare fatica: il pubblico ha usato in modo molto naturale le dinamiche aperte del progetto, che ha progressivamente scatenato pensieri. Interessante aspetto è che l’interazione sia avvenuta attraverso la fisicità e il contatto, lo scambio metaforico della propria energia con il museo. Avvicinare e scambiare sono due concetti importantissimi.
  • All’interno di un lavoro itinerante come TBOE che ruolo ha ricoperto la progettazione?
    TBOE ha vinto una selezione internazionale, un premio dedicato alla produzione di progetti che affrontano l’idea di energia e le sue implicazioni sociali, indetto da una fondazione tedesca. L’idea, quindi, ha immediatamente assunto concretezza. Il mio primo progetto itinerante risale al 2006: “Bird Flu/Vogelgrippe” era partito da Trento per arrivare alla 4° Biennale di Berlino. Pochi mesi dopo seguiva un secondo itinerante alla prima Biennale di Singapore, vero e proprio spin-off. Ma rispetto ai miei lavori precedenti TBOE è stato un progetto unico: epico per durata, estensione, intensità, riscontro. Il percorso ha preso una forma ‘in progress’.
  • Elasticità, flessibilità sono caratteristiche alla base di TBOE. Laddove l’interazione con l’ambiente e il pubblico diventa fondamentale, la casualità rappresenta un fattore indispensabile da considerare. Ci puoi raccontare qualche episodio capace di chiarire la relazione fra questi due fattori (progettualità e casualità)?
    Il fatto di muoversi – e in particolare di spostarsi fisicamente guidando da una tappa all’altra – implica l’incontro e l’inaspettato. Inoltre nella mia pratica prediligo innescare la riflessione piuttosto che imporre un unico punto di vista. Nei musei il pubblico partecipava spontaneamente… e le posizioni che decidevano di assumere per lasciare sulla parete una traccia di calore erano ogni volta, altrettanto inaspettatamente fantastiche, così come le stesse tracce di energia. Al MA*GA di Gallarate mi è stato chiesto di tenere una settimana di workshop durante la quale ho lavorato a stretto contatto con i ragazzi di un liceo. Con loro ho sperimentato: siamo usciti dal museo e abbiamo dato forma a scambi di energia con la natura, la città, usando ghiaccio e acqua bollente, o semplicemente il proprio respiro caldo. Abbiamo provato a fare cose diverse insieme. Quando ho iniziato il workshop conoscevo i punti fermi, quello che era il punto di partenza, ma non sapevo quale sarebbe stato il punto di arrivo.
  • In questo lavoro mi sembra che una parte importante abbia ricoperto il museo come spazio di incontro e di interazione. Mi parli di improvvisazione, flessibilità: pensi che TBOE sia stato un progetto capace di imporre nuove logiche ai direttori dei musei?
    ll progetto si è mosso tra luoghi di produzione di energia (intesa in senso tradizionale) e luoghi di produzione di energia culturale. Sono due forze estremamente potenti e presenti nella società, ma allo stesso modo invisibili. Gli artisti e i musei sono fabbriche di energia mentale. Il direttore del Museum Folkwang di Essen, Tobia Bezzola, mi ha ricordato le parole di Joseph Beuys, che per primo ha fatto riferimento all’arte come scambio di energia e calore. Tobia ha poi coniato il termine di pratica “termopoetica”.E’ un lavoro che mette in discussione lo stesso sistema museale, la struttura granitica delle istituzioni, in quanto ho chiesto ai singoli direttori flessibilità, velocità, freschezza.
  • Perché hai scelto questa modalità di approccio al pubblico?
    Simboli, metafore, argomenti attuali, immediatezza, stimolare, comunicare, apertura, molteplici punti di vista. Queste sono le parole chiave nel mio rapporto con il pubblico. Non potrebbe essere altrimenti. L’opera è un’opportunità di capire meglio il proprio tempo e il proprio futuro, che l’artista offre al pubblico. Una sorta di missione. Per me l’arte non è mai chiusa su se stessa.
  • Quale modalità di lavoro hai prescelto per creare l’interazione con il pubblico? Hai creato un contesto di carattere performativo o ti sei limitato a registrare fenomeni spontanei?
    Ho usato un concetto forte, un linguaggio immediato e semplice capace di andare in profondità attraverso un simbolo riconoscibile, un furgone con scritte a caratteri cubitali fuori dall’istituzione. Infine avevo una postazione con computer e infrared: queste erano le mie armi. Il pubblico si avvicinava perché sapeva dell’evento ed era attirato dalla mia presenza. La curiosità è un motore molto importante. Nella piazza del MAXXI si fermavano le famiglie del quartiere, e desideravano essere ritratte dalla videocamera infrared e vedersi attraverso quest’occhio così diverso. Questo scatenava dialogo: energie rinnovabili, ruolo dei musei, arte, magia della tecnologia… Le azioni non sono mai state scritte in precedenza, ma erano sempre vissute come interazioni naturali. In questo senso credo di poter dire che si trattava di un mix delle due attitudini che hai citato: una registrazione di performance spontanee.
  • La telecamera a infrarossi ricopre il ruolo metaforico importante di raccoglitore di energia termico-visiva. Come ti è venuta l’idea di impiegare questo strumento come testimone dei fenomeni?
    Nel mio percorso ogni opera è legata a quella precedente e a quella successiva. Nel 2013, invitato a realizzare un’opera d’arte pubblica per la Barents Art Triennale, ho realizzato un progetto itinerante con un potente raggio di luce. In TBOE invece di scatenare un’energia iper-visibile, ho voluto raccogliere l’energia invisibile. Ho scelto quindi la videocamera a infrarossi come modo simbolico per collezionare ritratti di energia, per rendere visibile quel che non si vede. Questa riesce a captare quella parte di luce che ai nostri occhi è buia e percepiamo invece come calore. La videocamera impone un diverso modo di vedere. Solo in progress ho potuto capire come utilizzare al meglio questo nuovo mezzo espressivo.
  • Nel tuo lavoro è leggibile una continua riflessione politica e sociale sulla realtà contemporanea, dove la tua prassi artistica è capace di mettere in gioco riflessioni sui nostri comportamenti consolidati nei confronti del sistema dei media e dei meccanismi propri del potere.
    Non impongo mai un punto di vista univoco. Ad esempio quando ho lavorato sull’idea di confine, ho sottolineato la sua duplice natura di strumento di chiusura e porta di scambio. Con il progetto “Bird Flu/Vogelgrippe”, avevo deciso di riflettere, in maniera ironica, sull’idea di influenza fisica e mentale, di potere, e di prevaricazione dei media. In TBOE quello che mi interessava era cogliere l’aspetto socio-filosofico del tema dell’energia più che quello politico-ecologico. Con libertà ho colto forme e tracce dell’energia, e il ritratto che ne scaturisce è di bellezza. Non mancano certo rimandi al futuro dell’energia, a quello dell’uomo e del pianeta, al nostro rapporto controverso con la natura.
folkwang 2 CAGOL

Stefano Cagol, The Body of Energy (of the mind): Museum Folkwang, 2015, infrared Museum Folkwang, 30-31 gennaio 2015


Madre CAGOL

Stefano Cagol, The Body of Energy (of the mind): Museo MADRE, 2015, foto Museo MADRE, 12 marzo 2015

 

maxxi CAGOL

Stefano Cagol, The Body of Energy (of the mind): Museo MAXXI, 2015, foto Museo MAXXI, 13 marzo 2015

North Danmark CAGOL

Stefano Cagol, The Body of Energy (of the mind): Limfjord, 2014, foto Limfjord, october 6 2014

Industria CAGOL

Stefano Cagol, The Body of Energy (of the mind): Saxony, 2014, foto Sassonia, 11 ottobre 2014


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