Il loop delle navi

di Giulia Gonfiantini

Sole e silenzio sono i cerimoniali che accolgono le petroliere immortalate nel 1966 da Bernardo Bertolucci ne “Il canale”. Una popolazione reagisce silenziosa e composta al transito delle grandi imbarcazioni che, a distanza di pochi minuti l’una dall’altra, oltrepassano il centro abitato. Queste fanno capolino in fondo ai vicoli e in mezzo alle case, mutando così in modo irreversibile lo scenario locale. Alla sobrietà del posto, retaggio del «sogno coloniale», sembra sommarsi la paura per qualcosa che ha cambiato per sempre la capacità di una città di immaginare il proprio rapporto con l’acqua.

Ma la rappresentazione di Bertolucci del canale, accompagnata da versi di Rimbaud rievocati fuori campo, è ben lontana dalla documentaristica tradizionale. Il loop della petroliera in lontananza significa, per l’ignaro osservatore sulla riva, una sospensione del tempo normale[1]. Ciò accade nel bel mezzo di una calma apparente: nessuno, da terra, si ferma a guardare o indicare la nave. Ugualmente sul ponte di questa nessuno è visibile, e l’imbarcazione scivola silenziosamente sull’acqua come un enorme vascello fantasma. Suez e il canale che ne trae il nome assurgono a luoghi comuni, in cui si sta svolgendo una rivolta muta e senza rivoltosi di piazza. Oggi noi la ricondurremmo all’ambiguità del progresso, mentre in quel momento dev’essere apparsa a qualcuno come un sovvertimento totale delle coordinate spazio-temporali. Di questo scontro senza armi o dichiarazioni di guerra sono emblema i figli dei pescatori, la cui «suprema maturità» li rende ricettacolo di visioni e venti di cambiamento che astraggono, dissolvono e infine riportano indietro, verso gli antichi parapetti d’Europa.

Ma «Il profeta annuncia la sospensione del tempo, ed anche la ripetibilità delle sospensioni del tempo»[2]. Ed ecco che il loop bertolucciano delle supernavi intente a solcare un paesaggio secolare ricompare a Venezia, dove il passaggio delle imbarcazioni da crociera non dà origine a luoghi comuni di sorta. Tale avvicinamento, infatti, avviene nel segno della confusione: quella a terra, dei veneziani e dei turisti, critici i primi[3] e per lo più indifferenti i secondi. E quella sulle imbarcazioni dai ponti pieni di occhi, mani che salutano e flash fotografici. Non vi è silenzio né astrazione, bensì un’atmosfera chiassosa, dove l’indifferenza non è ostentata, ma presumibilmente reale. Eppure i fotogrammi di alcuni video amatoriali reperiti su YouTube sono impressionanti per la somigliante, e spesso identica, prospettiva che accomuna il passaggio della nave attraverso il bacino di San Marco a quelle riprese da Bertolucci a Suez. Il loro profilo mentre solcano l’orizzonte tra le case, trascinate dalla corrente delle tante ragioni economiche legate al mare, appare invariato. Ma stavolta nessun paesaggio mentale verrà trasformato o creato, perché Venezia è di per sé evento fin troppo connotato: qui le navi non disegnano nuovi orizzonti, semmai sono intrusi guardoni e palesemente estranei. Le immagini rumorose di Venezia sono mute, mentre quelle silenziose di Bertolucci promettono altri mondi. Diverso il linguaggio, identica l’inquadratura. Del resto anche gli odori, i colori e i rumori di Port Said «sono gli stessi di Creta, Atene, Marsiglia, Barcellona. Sono gli odori, i colori, i rumori della nostra civiltà».

[1]«Vi sono opere d’arte che hanno il privilegio d’essere materiate di luoghi comuni e di divenire esse stesse un luogo comune alla superficie della creazione dell’artista. […] Non è vero che l’artista si sia impadronito dei luoghi comuni e li abbia adoperati. Egli si è aperto ad essi, si è posto a loro disposizione: essi sono giunti, si sono impadroniti dell’esperienza creativa, l’hanno adoperata, così che nell’istante in cui si attuava divenisse una di loro nella sua totalità». Con queste parole Furio Jesi  iniziava la propria Lettura del “Bateau ivre” di Rimbaud (Quodlibet, Macerata 1996), poesia da cui Bertolucci trae spunto per ritrarre il canale nel corto.

[2] Jesi, Op. Cit., p.30.

[3] Quella delle crociere è una risorsa economica indubbia per Venezia e certamente, come le petroliere di passaggio a Suez, la costringe quantomeno a un parziale ripensamento della sua dimensione portuale. Nel canale egiziano, invece, l’opzione turistica è ancora lontana, anche a causa delle severe misure ivi sicurezza adottate. Ad ogni modo gli effetti di quel mercato del turismo che porta le navi da crociera nel bacino di San Marco, danneggiando fondali e compromettendo la stabilità degli edifici veneziani, sono controversi.