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Ieri ho avuta una piacevolissima conversazione con una delle mie pusher e informatrici. Mi ha raccontato di Parigi: vivacissima, piena, completa; la potenza vi si esprime compiutamente e ne hai chiare la consapevolezza e la percezione.

Le ho chiesto se ha visto qualcosa di interessante. Poca roba, mi ha risposto; poca roba. Non sono riuscito a scucirle niente; d’altra parte, quando recentemente le ho proposto le mie riflessioni a proposito di un recentissimo lavoro di Giulio Paolini, per confrontarmi sul merito di quello, sulle relazioni con la poetica dell’artista e con il senso generale, sulla sua plausibilità artistica e formale, mi ha risposto urlando: ormai passiamo davanti alle opere affetti da una sorta di lobotomizzazione da autodifesa e ci perdiamo anche quello che c’è, per paura di subire continue aggressioni al nostro buon senso.

Ha così proseguito: ormai è tutta una questione di confezione e di forma; niente contenuti. Il sistema si è organizzato in modo da occupare gli spazi disponibili con una quantità di materiale che deve rispondere unicamente a esigenze di confezionamento e di afferenza formale in modo da far girare dei soldi. Una mia amica ha fatto una mostra dedicata al problema della povertà e alle conseguenze sociali della emergenza della povertà, un argomento nobile e nel quale lei riversa genuinamente il proprio afflato sociale. Ho visto le cose in mostra; tutto è confezionato in modo adeguato e formalmente riconoscibile e riconducibile alla questione a cui si dedica. Ma il lavoro non c’è e nemmeno c’è alcuna descrizione o spiegazione o evocazione o immaginazione della realtà alla quale dice di dedicarsi. C’è solo il confezionamento.

A quel punto ho cambiato registro e le ho chiesto: e a te com’è andata? Sono molto contenta, mi ha risposto, sono proprio contenta. Ho lavorato bene. Hai venduto, le ho chiesto? Ho lavorato bene con collezionisti belgi, con collezionisti francesi, inglesi e tedeschi. E devo dire che è una gran soddisfazione; non ti conoscono, vengono, guardano, si incomincia lavorare. Proprio una bella soddisfazione per il lavoro fatto.

Grazie, le ho detto, mi hai data una bella rappresentazione della situazione attuale, delle sfere in cui si divide e dell’attrito che viviamo tra l’una e l’altra. Chissà quale destino le attende, se una si imporrà sull’altra o se si continuerà su questi binari dicotomici.