radicale esistenziale

La mostra dedicata al lavoro di Franco Vimercati dalla galleria Raffaella Cortese di Milano ci offre un contributo importante per la sua comprensione, in particolare, a mio avviso, in due modi. Il primo è la proposta delle immagini prodotte nelle Langhe e dedicate ad alcune persone, fotografate sul luogo del lavoro. Il secondo è una tazza dalla quale spunta un contenitore di pastiglie medicinali.

1995, Untitled (Tazza con pastiglie)

La fotografia di Franco Vimercati, che ha beneficiato qualche tempo fa di una bella presentazione al Palazzo Fortuny di Venezia, accompagnata da un catalogo monumentale stampato da John Eskenazi e da Skira, è stata spesso definita ontologica e, recentemente, è stata affiancata al concetto di sublime.

I due concetti ambiscono a nobilitare il lavoro dell’artista milanese e ad accrescere il peso specifico dell’aura che lo circonda, rendendo paradossalmente più spessa la patina bianca presente in alcune sue immagini e in particolare in quelle dove l’oggetto fotografato (un barattolo di vetro, un recipiente di coccio, una caffettiera Bialetti, un vaso completamente fuori fuoco) è connotato nell’immagine da una importante presenza di bianco che tende a limitare, forse a occultare elementi visibili di quella realtà. La patina di bianco e di luce insieme allo sfuocato e all’indefinito alterano l’immagine riducendo la quota visibile dell’oggetto fotografato e conducendola in una dimensione di lettura frammentaria, non precisa. Ne consegue una sensazione di aumento della concentrazione e per questa via della assolutezza della rappresentazione dell’oggetto; sono gli elementi che inducono a parlare di atteggiamento ontologico e di sublime. Del resto, il lavoro di Franco Vimercati è stato collezionato da Giuseppe Panza che ha sempre asserito di voler costruire, nella propria poetica di collezionista, un capitale di spiritualità reperita nell’arte contemporanea.

1996, Untitled (Moka)

Una ulteriore peculiarità della storia della percezione del lavoro di Franco Vimercati è l’abbinamento alla pittura di Giorgio Morandi, operazione che ha avuto più manifestazioni e che intercetta alcuni interessi esplicitamente dichiarati dal fotografo, per esempio nei confronti di Robert Ryman il quale peraltro, in modo molto interessante, è stato recentemente direttamente messo a confronto proprio con Morandi.

L’insistenza su questi concetti contrasta con una sensazione che è sempre stata forte nel mio vissuto del lavoro di Vimercati e cioè che «i cocci sono i suoi»: in una vita il cui senso è frammentato e scheggiato egli insiste sul mondo che gli appartiene e di quel mondo trasferisce in immagine alcune componenti, alcuni tasselli, in un caso addirittura alcune piastrelle (le piastrelle di casa). Nel momento in cui egli fotografa le piastrelle o le bottiglie di acqua minerale, egli probabilmente non sta facendo nient’altro che quel gesto, cioè sta indicando che quelle espressioni della realtà esistono ed esistono per lui, esistono nella sua vita, sono parti della sua biografia e perciò egli sente il bisogno di trasferirle in immagine. Come parti di una biografia (la sua: egli è preciso nelle affermazioni con le quali asserisce di avere dedicato attenzione a un oggetto o a un altro perché significativi nel suo vissuto quotidiano) sono poi tutti essi stessi biografia.

Sono oggetti fisici che l’artista racconta attraverso l’immagine. Lo fa con dedizione, impegno, concentrazione ed empirismo; lo stesso oggetto viene fotografato più volte reiterando il gesto dello scatto; altre volte egli si dedica a definire in immagini oggetti diversi ma molto simili tra di loro come le bottiglie di acqua minerale o le piastrelle del pavimento di casa. Le singole serie e gli atteggiamenti si susseguono nel tempo seguendo un percorso rigoroso.

Tassello dopo tassello (allegoricamente: piastrella dopo piastrella) Vimercati lavora alla definizione della catena che collega lui, soggetto artistico, con gli oggetti, soggetti artistici. Il legame sancito dallo scatto e dall’incisione sul supporto («io sono la lastra», dichiara l’artista) definisce l’area dell’azione e conferisce all’autore la cittadinanza, la connotazione di essere agente e quindi vivo. Quale artista, Franco Vimercati è vivo mentre agisce sulla lastra con lo scatto, attraverso l’oggetto eletto a soggetto dell’immagine; un oggetto che appartiene alla sua (oltre che alla propria) biografia.

Per affrontare la natura del lavoro di Vimercati, la mostra organizzata da Raffaella Cortese offre un contributo interessante, soprattutto sulla questione della narratività delle sue immagini e del ruolo assegnato al concetto di tempo. È vero che l’autore di un minuto di fotografia ha un’idea del tempo radicalmente concentrata sul concetto; è vero che il suo lavoro è ambientato con decisione all’interno del gesto, del dispositivo fotografico, nella riflessione su come il significato dell’operazione fotografica contribuisca all’epifania dell’immagine. Tale radicalità concettuale agisce nondimeno nella forgia esistenziale, cioè nel tempo dell’esistenza.

1997, Untitled (Grattugia)

Le fotografie delle Langhe sono semplici e narrative. Ci propongono una comunità, attraverso i lavoratori che la compongono e attraverso il gioco effettuato nello spazio pubblico. Le personalità (lavoratrici e lavoratori) sono presentate nel proprio ambiente di lavoro e sono spesso circondate dagli oggetti che lo caratterizzano: la falce del contadino, i prodotti della parrucchiera, i barattoli della drogheria. Quest’ultima immagine colpisce in modo particolare perché quei barattoli ricordano da vicino i soggetti di immagini che Vimercati produrrà più avanti nel tempo.

langhe

Nelle immagini delle Langhe Franco Vimercati ci racconta realtà ricostruite nella loro concretezza, sia dal punto di vista architettonico (l’ambiente che circonda la cassa della macelleria e il rapporto tra macchina mietitrebbia ed edificio della cascina), sia strumentale, sia nelle fattezze delle persone.

Passando agli oggetti domestici, egli promuove a soggetto dell’immagine ciò che prima era una componente di dettaglio: il barattolo, possiamo dire selezionando un esempio. Nei termini della definizione di genere, si tratta dello stesso barattolo: barattolo di vetro con dentro frammenti di derrate alimentari nel caso della droghiera; barattolo di vetro con dentro zollette di zucchero nel caso dell’oggetto domestico, oppure tazza dalla quale spunta un contenitore parzialmente pieno di medicinali. Nei termini della definizione linguistica, si tratta di un’altra forma di relazione esistenziale: nel primo caso è la relazione con la personalità ritratta, ambientata nel proprio mondo; nel secondo caso è la relazione con l’oggetto che fa parte della propria biografia.

Nel perseguire con rigore il percorso di analisi e di definizione di una relazione esistenziale, Vimercati radicalizza il gesto e la componente concettuale del lavoro, perseguendo poi una analisi empirica dei risultati possibili, delle configurazioni che può assumere la relazione tra l’artista, lo strumento e la realtà: ecco dunque le diverse serie delle zuppiere, delle bottiglie di acqua minerale, delle piastrelle; ecco i diversi modi di fotografare la caffettiera o i vasi o le tazze.

Aggiungo due tasselli marginali che non riguardano direttamente il lavoro di Franco Vimercati.

Alla edizione 2016 della fiera di Basilea la galleria Daniel Templon proponeva un bel lavoro di César: una serie di caffettiere incasellate in una scaffalatura in metallo. Sono le stesse caffettiere di quella fotografata da Franco Vimercati e appartengono allo stesso periodo storico; ci dicono quanto lo stesso strumento linguistico possa essere distante quando è utilizzato da due artisti interessati a come un oggetto possa esprimere, attraverso la rappresentazione della sua forma, significati propri. Ci si trova, pensando alla caffettiera di Vimercati e alle caffettiere di César, all’interno di un un gioco percettivo. Da una certa visuale noi vediamo lo stesso oggetto. Spostando la nostra attenzione, vediamo realtà diverse e il segno talvolta cambia nettamente, talvolta va a sovrapporsi.

Ho vissuto un sogno, un incubo. Il protagonista era un uomo muto, importante nella mia vita, responsabile di avermi distolto dai miei interessi scientifici e di avermi sviato nelle scelte di studio. Continuava, nel sogno, a sviarmi e io soffrivo la sua presenza, tanto definita in termini esistenziali quanto sfumata nei contorni di immagine: mai mi è apparso, mai i suoi contorni mi si sono palesati per ciò che egli fisicamente è stato ed è. La concretezza della sua azione era accompagnata dalla incapacità, nella dimensione onirica, di incorporarlo in modo definito, pur in immagine, e la sua sagoma latente accompagnava il vissuto della relazione tra me e quel soggetto.