THE GREEN LINE (SOMETIMES DOING SOMETHING POETIC CAN BECOME POLITICAL AND SOMETIMES DOING SOMETHING POLITICAL CAN BECOME POETIC) *       

“Alcune delle camminate di Alÿs tendono a produrre una ‘geometria inversa’ in cui la logica urbana della superficie è reinterpretata, cortocircuitata e ricomposta dal suo attraversamento. Questo atto implica la concezione della città non come un luogo, ma come un vero medium politico in cui la sua flessibile e quasi liquida superficie fluttua continuamente. In The Green Line, Alÿs, ha camminato e gocciolato con della vernice verde sulla stessa Green Line, internazionalmente riconosciuta e con cui i suoi confini occidentali sono stati invasi da Israele nel giugno 1967. Questa linea, segnata sulla maggior parte delle mappe palestinesi e internazionali, è stata consumata, sbiadita e cancellata dall’edificazione e dall’espansione costante della città. Camminare lungo la linea della mappa è tagliare la traiettoria sulla quale sono posti quartieri, strade, linee di infrastruttura, barriere e check-point che costituiscono il reticolato della politica spaziale contemporanea di Gerusalemme. Colare la vernice verde sulla superficie della città lungo la linea, per la durata del cammino, in una mappa con scala da uno-a-uno, è un atto di trasformazione del territorio. […] Mappare secondo una scala da uno-a-uno può essere il modo di ripensare il riduttivo potere della mappa. Se quello di mappare è il linguaggio attraverso cui il potere ha l’abilità di designare il visibile e di codificare i suoi interessi, quello di rimappare e, per di più attraverso una scala da uno-a-uno, può diventare un veicolo di contestazione o ancor di più di sovversione. La camminata di Alÿs, lasciando un tratto di vernice verde sul territorio colloca la Green Line nella sua storicità”.

The Green Line (Sometimes Doing Something Poetic Can Become Political and Sometimes Doing Something Political Can Become Poetic) di Francis Alÿs è un atto premeditato sul potere come sistema di egemonia politico-economico sulle diverse categorie sociali. L’analisi dei rapporti di potere vengono filtrati attraverso la rivisitazione della rete di confini, barriere e di limiti geografici intesi come meccanismi di repressione. La frontera messicana come la Green Line israeliana rappresentano i dispositivi di controllo di un sistema globale fondato sulla distribuzione e spartizione iniqua dei territori. La costruzione del limite avviene attraverso la de-naturalizzazione degli spazi, gli spazi sono ripartiti attraverso lo sradicamento delle identità, le identità sono assoggettate attraverso la repressione del controllo, il controllo impartito attraverso delle norme che costituiscono il disordine mondiale. Il concetto di limite si incarna a quello di identità situazionale e diasporica che qui è rappresentata dalla costellazione palestinese sradicata dal proprio territorio. Sviluppando la definizione di diaspora elaborata dai Diaspora Studies  è possibile analizzare l’identità palestinese come “dislocazione di singoli o gruppi costretti ad un esodo forzato e impossibilitati a rimpatriare, nella quale si crea un legame speciale con la terra-casa d’origine nonché fra i gruppi dispersi“. Paradossalmente tale definizione rievoca l’accezione ebraica e coincide con quelle sovrapposte di victim e cultural diaspora. Il caso della diaspora palestinese, affondando le sue radici storiche in un’espulsione involontaria, mostra come la geografia della dispersione si accompagni alla formazione di una pluralità di culture della diaspora. La complessa architettura geopolitica dell’esodo palestinese, con particolare riferimento alla disaggregazione della diaspora in una miriade di segmenti diasporici risulta essere, al contempo, controbilanciata da una dinamica di riunificazione immaginaria di tutte le comunità diasporiche all’interno di un’unica rappresentazione collettiva. La compresenza, dunque, di una spinta alla frammentazione che corrisponde alle molteplici località di approdo, risponde all’esigenza di immaginarsi come un popolo indiviso.

Infatti, l’esperienza della deterritorializzazione, che la memoria conserva, costituirebbe proprio quell’elemento coesivo che consente ad un rifugiato palestinese di immaginare se stesso, la comunità profuga in cui è inserito e tutte le restanti comunità palestinesi in esilio come facenti parte di un’unità epistemologica indivisa, di un’esperienza immaginaria in cui il popolo palestinese è pensato come un’entità astratta, la quale travalica i confini reali delle singole comunità che lo compongono. Ma, all’interno di una situazione forzata di dispersione ed esplosione come quella della Palestina e dei palestinesi, dinanzi alla minaccia di smembramento di una società sradicata, l’identità palestinese viene rivendicata come fattore d’unità poiché l’identità si politicizza.

Ciò accade attraverso la configurazione e l’elaborazione di una coscienza di gruppo, proprio in quanto attuano quella costruzione di confini sulla quale si decide non soltanto l’appartenenza alla singola comunità, ma anche, e soprattutto, la strategia di interazione con l’altro, ossia i membri della società ospitante. Il fatto che la diaspora palestinese sia, allo stato attuale, una composizione di diverse località al cui interno si svolge l’esistenza dei rifugiati, in Israele e nei Territori Occupati, nei campi profughi, nei gatherings sparsi per il Medio Oriente, nelle migrazioni per motivi lavorativi o di studio negli Stati Uniti, significa che la produzione della differenza rispetto alla società di approdo a volte serve semplicemente da segno diacritico. Ciò consente al palestinese di differenziare se stesso e la sua comunità attraverso le memorie ed esperienze di un’origine comune (comunque siano state ricostruite). I criteri dell’appartenenza o dell’esclusione tracciano proprio quei confini mobili nei quali si consolida l’identità “immaginata” che accomuna le comunità diasporiche. Ciò è tanto importante dal momento che le differenze culturali e la loro eventuale persistenza scaturiscono, si mantengono e si trasformano solo a contatto con l’altro. Come ha messo in rilievo Edward Said: “Lo sviluppo e la conservazione di ogni cultura richiedono l’esistenza di un alter ego diverso e in competizione. La costruzione dell’identità […] richiede che si stabiliscano degli opposti e degli ‘altri’ la cui realtà positiva è soggetta a una continua interpretazione e reinterpretazione delle divergenze rispetto a ‘noi”. E, in sintesi, ricorrendo all’insuperabile lucidità di Stuart Hall si può dedurre che una cultura della diaspora è il luogo di attraversamento di due dinamiche simultanee: uno è quello della similarità e della continuità, mentre l’altro è quello della differenza e della rottura, laddove il primo “ci offre una forma di radicamento e di continuità con il passato, il secondo ci ricorda che ciò che condividiamo è precisamente l’esperienza di una profonda discontinuità”. Di conseguenza, soltanto coagulando all’interno del dispositivo politico globale le nozioni di cittadinanza, sovranità, nazionalità e territorialità si possono declinare i principi di accertamento della propria appartenenza.

L’associazione alla tesi sostenuta da Rancière secondo cui “la politica consiste nel rendere visibile ciò che non lo è”, viene modulata concettualmente e in maniera sottilissima dall’atto di Alÿs come riconfigurazione dell’invisibilità della Green Line, attraverso la transitorietà della vernice verde destinata alla sua veloce sparizione ma che è il mezzo attraverso cui tale invisibilità è resa visibile.  Con questo stesso atto, sia pure nella sua fugacità, l’artista destabilizza la percezione situazionale del conflitto, alterandone la prospettiva di valore, disegnando lo scarto tra realtà e immaginazione, delineando linee di fuga impercettibili. Paradossalmente la metafora della linea è usata da Platone in Republica nella dimostrazione della sua teoria sulla conoscenza attraverso la differenza tra il sensibile e l’intelligibile.

Ma nonostante la poeticità dell’intravisione, lo smacco della cruda realtà ritorna nella certezza del segno che divide e segrega il popolo palestinese. Quella stessa linea che tiene in ostaggio una popolazione intera nei suoi territori è la stessa che Alÿs può varcare e sconfinare agevolmente in quanto cittadino belga. In più è un artista con velleità “insensate” di compiere un gesto estetico e, per le istituzioni, non presenta elementi di pericolosità, in quanto tale risulta indenne a controlli e restrizioni. Nel video The Green Line (Sometimes Doing Something Poetic Can Become Political and Sometimes Doing Something Political Can Become Poetic) si constata quanto il suo cammino sia completamente libero, perfino quando continua a far gocciolare per strada il barattolo di vernice che tiene in mano, costeggiando un militare della IDF (Israeli Defense Forces) che sembra ignorarlo.

* estratto dal libro di Teresa Macrì Politics/Poetics, Postmediabook, Milano, 2014.

1_ALYS_the green line© Postmediabook, Milano

Francis Alÿs in collaborazione con Julien Devaux, Rachel Leah-Jones e Philippe Bellaiche, The Green Line (Sometimes Doing Something Poetic Can Become Political and Sometimes Doing Something Political Can Become Poetic), 2004 © Francis Alÿs. Photo: Julien Devaux


Teresa Macrì borns in Catanzaro (Italy), 1960.
She lives and works in Rome.

N°5 / The Forest – Contents