«Vedere la musica. L’impulso a cercare una unione fra immagine e suono ci giunge da molto lontano, da una antica visione sinestetica del mondo. Exodus, 20 :18: “E tutto il popolo vide la relazione tra i suoni e i lampi e il suono dello shofar”».
Luciano Berio

La trasversalità tra discipline artistiche è all’origine di gran parte della produzione artistica umana e nel corso del XX secolo si è sviluppato un interesse ricorrente tra arte visuale e musicale, come l’importanza delle ricerche sonore per l’arte astratta che in alcuni casi ha affermato esplicitamente l’interesse di rendere in forme visive i tratti immateriali e invisibili dei suoni.

«Invidiavo i musicisti, i quali possono fare arte senza bisogno di raccontare qualcosa di realistico. Il colore mi pareva però altrettanto realistico del suono» sosteneva Vasilij Kandinskij mentre realizzava variazioni di paesaggi innevati, rappresentando scorci di città nei diversi momenti dell’anno e del giorno per indagare le differenze tra forme e tonalità di colore, anticipando l’esigenza che lo ha portato a realizzare le sue celebri tele astratte. Alla ricerca di una sintesi visiva che si allontanava dalla rappresentazione del reale in favore dell’espressione della carica spirituale insita nella prassi artistica, Kandinskij si inoltrava in un territorio fortemente caratterizzato dall’inclinazione sinestetica, di ascendenza teosofica, e dall’ispirazione musicale, riferita anche al genio di Arnold Schönberg, compositore dedito all’applicazione della dodecafonia ma anche autore di una serie di dipinti contraddistinti da una personale e cupa interpretazione dello stile espressionista. Impression III (Konzert) fu realizzato dal pittore russo nel 1911, in risposta all’entusiasmo provato dopo l’ascolto di Quartetto per archi op.10 e i Klavierstücke op.11 eseguite dal maestro austriaco, che partecipò attivamente alla stagione del Der Blaue Reiter, pubblicando sull’almanacco del gruppo un articolo sulla relazione tra testo scritto e musica, allegando la partitura della sua Herzgewächse, op. 20, per soprano e strumenti.

Da queste esperienze, il legame tra arte e musica ha oltrepassato il formato della tela dipinta per approdare alle sperimentazioni sui nuovi media, come nei lavori video di Oskar Fischinger, Len Lye, John e James Whitney, Stan Brackage, trasformandosi anche in strumento funzionante, utilizzato a sé stante o quale parte di assemblaggi, come nelle combinazioni scultoree e nelle installazioni di Dieter Roth, a sua volta collezionista di vinili, performer autonomo e membro del collettivo Selten gehörte Musik (Musica che ascolterete raramente) e proprietario di uno studio di registrazione. Così Rebecca Horn attribuisce alla sua scultura meccanica Concert for Anarchy (1990) la forma di un pianoforte e l’attributo della sonorità che interrompe l’atto del quotidiano. Collocato sottosopra e affisso al soffitto, lo strumento classico rappresenta il capovolgimento della concezione di armonia e l’introduzione dell’inquietudine che pervade gli ultimi decenni del XXI secolo. Ma il suono è scrigno di memorie che apre cassetti dimenticati o altrui, alterando la percezione dell’esistenza allontanandoci dalla costrittiva linearità del mondo, nelle installazioni multimediali di Janet Cardiff e George Bures Miller.

Diversi immaginari e differenti applicazioni nell’interazione tra sonoro e visuale si sviluppano oggi tracciando nuovi sentieri, dimostrando l’avvenuto incontro tra le discipline, per cui la sintesi tra i media non è più il tema fondamentale delle ricerche, ma un mezzo consolidato da “piegare” alle proprie esigenze, una chiave interpretativa del mondo circostante. La musica entra nella Biennale di Venezia con “Studio Venezia” presentato da Xavier Veilhan nel padiglione francese, come raccontano i My Cat is an Alien. La pratica proposta in Ossigeno crea un connubio tra respirazione e suono, per collegare mente e corpo tra postumanesimo e neurocapitalismo, mentre la tensione tra arte visuale e sonora, in The Battle of Bijlmer di Ryts Monet prende la forma di una gara tra rapper del quartiere di Amsterdam, raccolti tramite open call e invitati a darsi battaglia usando la lingua nativa, in una zona abitata da oltre 130 nazionalità diverse. L’ascolto del suono rivela informazioni sui rapporti sociali, sulla vita nello spazio urbano, come avviene nelle registrazioni d’ambiente del sound artist e musicista Massimo Carozzi, ma anche rurale facendoci percepire elementi invisibili di un paesaggio marginale ma ugualmente problematico, come racconta Leandro Pisano nel libro Nuove geografie del suono. Spazi e territori nell’epoca postdigitale. La citazione e rielaborazione delle fonti letterarie e musicali pervade la ricerca del duo Raskol’nikov che, tra Throbbing Gristle, Psychic Tv, Dostoevskij e Blake, rivivono in operazioni di tipo performativo-musicale. Su un impianto metodologico apparentemente similare, Housewives Coffee break di Eugenio Luciano ha messo in atto una serie di cinque concerti auto-organizzati e due giorni di festival in abitazioni di Bruxelles con proiezioni, incontri letterati e la pubblicazione di una fanzine.

Alessandra Franetovich

Photo: Janet Cardiff – George Bures Miller. Opera for a small room, 2005. Mixed media audio installation.