Any interesting image does not belong to only one time,
any interesting image is a confrontation, a coexistence of different times.
Georges Didi-Huberman

Il desiderio umano di riconoscere in sé l’esistenza di una visione del mondo si concretizza nella ricostruzione di un insieme che sia immagine delle immagini del mondo. Come il locus mundus si è generato dall’ordinamento del caos e la conoscenza umana sullo sguardo che il singolo vi rivolge, così la tensione conoscitiva guida l’uomo alla creazione di collezioni quali l’archivio e l’atlante.

Il mondo è quindi l’alfa e l’omega di una ricerca che tenta di costruire un nuovo cosmo proiettandosi nell’eternità e oltre la morte, in cui i documenti e le immagini sono intesi nel loro valore di testimonianze parziali dell’esistenza. Somma di un atto che risiede tra utopismo e maniacalità, l’archivio è il punto d’incontro della memoria dell’individuo e della collettività, specchio del pensiero del suo autore e, in nuce, repertorio della storia culturale. Non solo spazio di conservazione di opere, sistema di autolegittimazione e mezzo per controllare la propria produzione, bensì è un’entità che vive del perpetuo fluire del tempo e dello spazio. In dialogo continuo tra passato, presente e futuro, ma sempre sottoposto a pressioni esterne ed interne, è il risultato di una scelta politica attuata da una forza che esercita il potere di inclusione ed esclusione, seguendo criteri che stabiliscono una gerarchia di valori definendone il contenuto.

Di fronte all’ipertrofia dell’immagine, Günther Anders individuava le ragioni che spingono l’uomo ad abbandonare la sua unicità umana nella melanconica inadeguatezza con cui esso si rapporta all’ideale tecnologico dell’esistenza multipla e della rinnovabile modernità della macchina. Il tentativo di superare la vergogna prometeica si articola nel flusso delle rappresentazioni seriali divenute finalità di un fare dell’uomo contemporaneo. Un atteggiamento che oggi si riverbera negli autoritratti che costellano il web costituendo un archivio immateriale diffuso nei vari social network ma che pervade anche la raccolta Atlas che Gerhard Richter iniziava negli anni Sessanta: un progetto in divenire entro cui confluiscono ininterrottamente immagini della nostra epoca, e narrazione dello sguardo di un singolo artista. Diversamente Vadim Zakharov interroga l’archivio utilizzandolo anche come cifra estetica e trasformandolo in una serie di opere: nel 2002, con un muro di faldoni giganti, esponeva la sua personale History of Russian art (from the avantgarde to the Moscow conceptual school) cogliendo la questione del potere dell’archivio tra ironia, costruzione di un’identità e autolegittimazione. Nel 2010 Georges Didi-Huberman realizzava l’esposizione Atlas ¿Cómo llevar el mundo a cuestas? mettendo in luce quanto la metodologia, che sottostà alla formazione dell’Atlas Mnemosyne di Aby Warburg, stia alla base delle ricerche artistiche del XX e XXI secolo e quanto le diversità si ricongiungano nella vertigine dell’esistenza. L’archivista si carica, come Atlante, delle totalità del mondo e l’archivio è contenitore e contenuto entro cui i diversi tempi dell’esistenza s’inseguono nel moto generato dal gesto dell’archivista e dello studioso.

Spettatori dell’accumulazione delle immagini esperiamo il paradosso dell’esposizione di un archivio come momento che genera un cortocircuito tra la dimensione privata che lo ha prodotto e l’interesse pubblico di fronte a questa porzione di mondo. La continuità temporale e l’ambientazione intima che lo caratterizzano vengono così ribaltate nella realizzazione di un evento di carattere temporaneo e pubblico, che apre alla possibilità di rileggere il sistema di un sapere generalmente riservato a specialisti. Nonostante l’archivio nasca privo della facoltà di pre-vedersi in quanto la dimensione estetica non gli è necessaria, la sua immagine esiste ed è molteplice, composta da frammenti e incerta si apre al mondo esterno. Nel caso degli atlanti le possibilità espositive sono notevoli, ma cosa accade quando si vuole esporre un archivio privato costituito da dati e documenti non è chiaro, e rimane aperto l’interrogativo circa i possibili metodi a cui si può ricorrere per trasformare lo scambio tra un singolo e l’archivio nel dialogo aperto in una dimensione sempre più democratica dell’arte che mette in relazione diverse tipologie di pubblico, storie, luoghi ed epoche.

Tutto si somma, addensa, accumula e si dimentica nello spettro della memoria umana.
“In realtà il passato si conserva da se stesso, automaticamente.” (1)

Alessandra Franetovich

Foto: Still dal video realizzato da Paolo Pachini per An Index of Metals di Fausto Romitelli, courtesy ICTUS ensemble.

 

(1) Henri Bergson, L’évolution créatrice, 1907.

Günther Anders, Die Antiquiertheit des Menschen. Band I: Über die Seele im Zeitalter der zweiten industriellen Revolution. C. H. Beck, München 1956.

http://www.conceptualism-moscow.org/page?id=1254&lang=en
http://www.museoreinasofia.es/exposiciones/atlas-como-llevar-mundo-cuestas
http://www.ictus.be/index-metals-lyrics