Come un progetto o un’idea di dialogo collettivo prende forma e si evolve?

Le risposte nella conversazione tra Lorenzo Bruni e Simone Ialongo, avvenuta nel momento in cui l’artista ha deciso di presentare CCDS nella mostra collettiva “Incontri” all’Accademia dello scompiglio di Lucca nel febbraio 2013.

Lorenzo Bruni: I tuoi lavori cercano di narrare, condensandolo in una sola immagine, il conflitto di un “controsenso”. Ad esempio, una tua scultura è composta da una sfera d’oro avvolta in una pellicola protettiva che la ricopre lasciandola visibile solo per effetto di immaginazione empatica. Il progetto recente CCDS attiva un paradosso che travalica lo scherzo e l’edonismo: non è solo una pro- vocazione ma coinvolge altre persone nella preparazione e nella discussione sul perché e sul come realizzarlo. Apri immediatamente la problematica di cosa sia un’opera d’arte e quale sia la sua utilità. Da una riflessione sociale arrivi a una sul linguaggio artistico fino a gettare le basi per una possibile analisi collettiva sul ruolo del museo, della critica d’arte o del giornalismo come mediatori di problematiche sociali. Vorrei chiederti se questa attitudine è in contraddizione con le tue opere precedenti, penso a quelle che hai realizzato per la tua personale del 2011 “Le forme del tempo” al museo di preistoria di Firenze. La domanda che aleggiava in tutto il percorso era: come possiamo oggi interpretare i segni che ci circondano dandogli la giusta contestualizzazione, ma soprattutto considerandoli presenti nel nostro tempo e quindi vivi? Gli oggetti realizzati seguivano tecniche preistoriche ma il contenuto simbolico era evidentemente differente. Questa evidenziazione di processualità permetteva di togliere l’opera dalla dimensione di feticcio. Puoi spiegarmi come si sviluppa questa apparente contraddizione tra tecnica e contenuto?

SI: Non è una contraddizione. È un semplice illuminare parti offuscate che sono presenti nell’inconscio di tutti. Credo che conserviamo dentro tutta la memoria del passato, dalle origini della nostra specie. Questa memoria è latente, ma può essere riattivata attraverso semplici suggestioni visive o pratiche manuali. Questo è quello che tento di fare con alcuni dei miei lavori, come nel ciclo dell’indagine all’origine della spiritualità dell’uomo. Al museo di preistoria ho cercato di installare i lavori quasi nascondendoli fra gli altri oggetti per creare un cortocircuito tra l’antico ed il contemporaneo. La stessa attitudine, anche se può non sembrare, mi ha portato a pensare per la mostra “Incontri” a un pannello con gli appunti su un progetto di viaggio, per discutere sul tema e sul concetto di ciò che va realizzato in collettività da Pantelleria verso la Tunisia: CCDS.

LB: Perché la Tunisia? L’occidente è ancora una meta auspicabile? Perché fare l’azione? Qual è il suo portato? E’ un’opera d’arte? A cosa serve l’opera d’arte?

SI: Queste domande possono essere discusse solo a livello collettivo, ma rappresentano
il motore silenzioso di tutte le opere che gli artisti non possono e non devono pronunciar a voce alta, pena la smaterializzazione del momento magico…

LB: Pensando a questo vorrei chiederti qual è per te il ruolo, rispetto alla società e al pubblico, dell’opera d’arte? E quale quello dell’artista?

SI: Un’opera d’arte dovrebbe offrire una chiave di lettura inedita per una comprensione migliore del mondo. L’artista è semplicemente uno strumento. In CCDS l’opera palesa l’impegno tra me e le altre persone che decidono di partecipare al viaggio. E’ una riflessione radicale sul concetto di gruppo e di appartenenza, un concetto che nel novecento si è troppo spesso trincerato dietro l’idea di bandiera nazionale ma che adesso non regge più. Dobbiamo trovare ragioni più solide.

LB: Il concetto di rito è molto interessante anche in relazione al tuo sforzo di renderlo un piano di condivisione. In questo momento del tuo percorso, “CCDS” è il punto in cui porti alle estreme conseguenze la dimensione evolutiva tra personale e universale che vuoi compiere con l’opera d’arte. Vorrei sapere di più sull’inizio del progetto e della sua parte più personale, più tua…

SI: Nasce da un’esperienza personale: anni fa, una mattina, pescavo occhiate dagli scogli di Pantelleria e notai due motovedette della guardia costiera che facevano avanti e indietro nel tratto di mare che avevo di fronte. Dopo un po’ gettarono l’ancora in un punto preciso, s’immersero alcuni sub e cominciarono a recuperare dei corpi. La notte prima c’era stato il naufragio di una carretta della speranza. Erano corpi di migranti. Pensai così a un viaggio al contrario. CCDS è un modo per portare l’attenzione su una vicenda sociale drammatica, su un problema sempre esistente che va al di là degli sbarchi e dei naufragi. Vuole essere una riflessione sull’attuale situazione socioeconomica occidentale, che potrebbe portare noi un giorno, a migrare verso sud cercando condizioni migliori. Credo che oggi la nostra società stia attraversando un momento cruciale. Gli assetti economici cambiano velocemente, e di conseguenza anche quelli sociali e culturali. E’ necessario un riassetto. Considero questo un tempo d’emergenza. Reputo che l’arte abbia il dovere di prendere parte attiva a questa riorganizzazione del reale. CCDS è un tentativo in questo senso.

LB: Come si è svolta la collaborazione con gli altri artisti? Quale è stata la prima azione collettiva che ne è scaturita?

SI: Alcuni degli artisti sono stati in residenza a Pantelleria. Così è iniziato il vero processo “collettivo“. Era necessario prendere contatto con le tracce di queste migrazioni presenti sull’isola. Tracce disperse lungo le coste e nei depositi giudiziari, ma anche dentro le persone, testimoni diretti ed indiretti. A febbraio dopo la presentazione del progetto allo Scompiglio sono tornato a Pantelleria con l’artista Tony Fiorentino. Era la prima residenza della CCds. Tirava vento e faceva freddo. La prima cosa che abbiamo fatto è stato cercare le carrette della speranza che fino a quel momento avevamo visto solo come immagini di fronte a un computer. E’ stato facile: ammucchiate su un molo del porto nuovo alcune barche sono lasciate a marcire esposte alla “pubblica fede”. Le scritte in arabo sulle prue ne denunciano l’origine. Fu una visione tragica. Siamo rimasti in silenzio per diverso tempo. Quella sera stessa pensammo a una bandiera da issare su quelle barche. Una bandiera che rappresentasse la nostra azione collettiva, che rappresentasse il nostro gruppo. Scegliemmo un fondo azzurro-mare con il simbolo della CCDS rosa fluo. Colori leggeri per togliere il peso di quella visione. Affrontare questioni serie sdrammatizzando, ci ripetevamo.

LB: Come hanno reagito gli abitanti di Pantelleria?

SI: Ad aprile siamo tornati sull’isola con gli artisti Tony Fiorentino, Gabriele Abbruzzese, e Pasqule Gadaleta per presentare la CCDS agli abitanti in maniera ufficiale. Già a febbraio avevamo contattato alcune associazioni culturali di Pantelleria vicine alle tematiche dell’immigrazione clandestina. Con la loro collaborazione abbiamo organizzato una giornata per ricordare un grave naufragio avvenuto due anni prima, il quale colpì particolarmente la popolazione dell’isola. Fu il primo contatto con le persone che avevano vissuto direttamente quella tragedia: dai volontari della Misericordia e della Protezione Civile che soccorsero i migranti, alla famiglia di Camille, che nel naufragio perse la madre dei suoi cinque figli, e che fu “adottato” con i suoi ragazzi dalla popolazione di Pantelleria. Quel giorno, dopo aver portato fiori selvatici sul relitto di quella barca e al cimitero, abbiamo presentato CCDS nel cinema di San Gaetano nella contrada di Scauri, intrecciando il nostro progetto ai racconti dei panteschi. Dopo quella serata siamo ripartiti tutti tranne Pasquale che rimase in residenza per portare a termine il suo progetto. Si trattava di un gigante costruito col pane raffermo e seduto su una piccola barca. Così Pasquale appese in giro per l’isola delle locandine nelle quali spiegava il progetto e chiedeva del pane vecchio. In qualche giorno tutta Pantelleria sapeva del gigante e lo prese a cuore. Pasquale trovò tutto quello di cui aveva bisogno: il pane, la barca e uno studio dove lavorare. Il primo di giugno abbiamo presentato il gigante all’isola ed è stato forse quello il momento in cui, non formalmente ma “de core”, gli abitanti di Pantelleria hanno accolto la CCds ed i suoi artisti.

LB: Quali sono le aspettative del viaggio?

SI: Onestamente, Lorè, non ho aspettative precise. Proprio in questi giorni ci riflettevo. Non vorrei arrivare lì e come CCDS fare un gesto ufficiale. Preferirei agire su più livelli, guidati dalle ricerche e dalle necessità dei singoli artisti. Non mi va di andare in Tunisia solo per raccontare il nostro punto di vista. Sono più interessato al loro. Mi piacerebbe fare una mostra, ma solo dopo aver avviato un dialogo con le realtà e gli artisti del luogo. Diciamo che per quest’anno sarà un giro d’esplorazione e comunque lasceremo dei piccoli segni: l’opera di Ettore Favini e il pane consumato al nostro arrivo dell’opera di Stefano Boccalini.

LB: Pensi che questo progetto estremo ti porterà a sparire come artista singolo che realizza singolarmente delle opere? Oppure stai facendo altri progetti?

SI: Sono stato sempre attratto dall’agire collettivo. I miei primi lavori erano firmati MIG419, una fantomatica entità collettiva di cui ero l’unico rappresentante. Ero e sono contro l’autoaffermazione. Questa esperienza non sarà l’unica. In questi mesi trascorsi a Pantelleria ho sentito la necessità di iniziare un nuovo progetto collettivo: il Consorzio Piccoli Produttori Panteschi. Si tratta del mio gruppo di amici storici panteschi, tutti agricoltori o cuochi e dell’agricoltura locale con le sue produzioni tipiche (capperi e zibibbo). Un atto politico in realtà, ma le questioni agricole pantesche sono troppo complesse per essere qui descritte. Non credo che scomparirò come artista singolo ma anzi, l’agire collettivo cura una parte dell’anima. Un’altra parte dell’anima la curo con il silenzio, fatto di gesti minimi e ripetitivi, come l’osservazione della natura e di me stesso. Quest’altra parte è profondamente intima e genera solo personali punti di vista, e non credo che riuscirò a smettere. Poi, chissà…