Quel modo di 'non finire' la casa, di lasciarla indeterminata, di lasciare le linee corrose mescolarsi con le pietre corrose della terra e con le radici e i tronchi degli ulivi, è il modo di costruire tutto il meridione, dove il sole spacca gli spigoli e dove la terra può essere integralmente attraversata dall'architettura. la terra è architettura è l'architettura è terra. la terra cerca l'ombra negli alberi sparsi qua e là e l'ombra va dentro le case che sono alberi cresciuti di pietre su pietre, più tumuli che muri, con le loro cortecce d'intonaco grosso e sgretolato e con i rami secchi: un senso del vegetare che viene dalle generazioni vive, morenti e morte, distrutte le une e le altre, lasciando le ossa per strada. così come restano per strada i vecchi muri o i vecchi forni o le stanze o le finestre vuote, le pietre nei cortili, le tende ferme davanti alle porte. le case sono quasi sempre senza finestre, le stanze oscure e nere come antiche tombe. la vita dell'architettura di questa terra meridionale è aperta e legata alla terra, come è legato alla terra il pozzo profondo dell'acqua: terra e architettura si muovono insieme come dune di uno stesso deserto.

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L’architettura vernacola deve la sua spettacolosa longevità a una ridistribuzione costante di conoscenze duramente conquistate, incanalate entro reazioni quasi-istintive al mondo esterno. I cosiddetti popoli primitivi non rivelano la minima avventatezza di atteggiamento di fronte alla realtà del proprio ambiente. Soprattutto, non hanno il minimo desiderio di dominarlo. Ammettiamolo, l’imperdonabile debolezza del vernacolo è la costanza. A differenza delle arti adorne e dell’architettura nobiliare, esso non segue capricci né mode, e la sua evoluzione nel tempo è quasi impercettibile. Di norma, si commisura alle dimensioni umane e ai bisogni umani, senza fornzoli, senza l’isteria del progettista. Una volta che uno stile esistenziale sia fissato, e dall’abitudine si generi un’abitazione, cambiare tanto per cambiare è escluso.

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Il linguaggio della seconda casa Verso un manifesto della Dwelling Art Casa a Mare L’abitare nell’arte annuncia l’arte di abitare. Quanto meno dà risalto, in controluce, all’intrinseco carattere spettacolare di ogni abitazione, al suo darsi come rappresentazione. La scena domestica ribadisce la sua natura sociale, ma lascia trasparire, offrendosi come pura «forma», un’insopprimibile componente artistica. L’artificio assicura l’equilibrio funzionale degli spazi e degli oggetti, segnala una tipologia sociologica, ma denuncia anche un gusto, un’inclinazione formale, una vaga aspirazione alla bellezza. In ogni caso, presuppone una scelta: fra le infinite soluzioni che gli stessi spazi e gli stessi arredi rendono possibili, se ne imporrà soltanto una, dettata unicamente da quel «piacere estetico» sul quale Hans Robert Jauss ha di nuovo attirato l’attenzione. Nel suo risvolto artistico, l’abitare si istituisce in immagine. Ma questa immagine non è che il riflesso di una soggettività assoluta – quella dell’abitare. Nell’universo abitativo, gli spazi e le cose sono per lo più già dati: l’offerta di mercato moltiplica le possibilità, fornendo per ogni singola funzione una quantità di opzioni, un fitto ventaglio di forme, colori, materiali, e perfino di stili. È però nella scelta soggettiva di ogni singolo oggetto, nella sua disposizione in un sistema di relazioni spaziali, funzionali e armoniche, che l’arte di abitare fonda il suo carattere soggettivo, nel quale ogni alternativa impone una finalità artistica, del tutto gratuita, fine a se stessa, e tuttavia per nulla disinteressata. Ciò cui essa tende, attraverso un progetto puramente formale, è la definizione di un modo di essere, il disegno di una fisionomia, il sigillo di un’identità.

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Quando ho visto la prima volta la vostra mostra a Bologna, Casa a Mare [anteprima, 22-26 gennaio 2015], ciò che mi ha affascinato è stato il fatto di aver installato opere minimali in un ambiente che non vi apparteneva, di proprietà di altri… E visto che siete qui in montagna, mi attrae l'idea di portare Casa a Mare, di ricostruire cioè un ambiente storico, sociale in un altro luogo, di portare la casa al mare in montagna… E di intervenire realmente in una casa… in una stanza da bagno all'interno di una casa, di creare interventi ad hoc in un giardino, in relazione alla "campagna"… Pensandoci, in realtà, mi è venuto subito alla mente un architetto britannico del XVIII secolo, Charles [Francis Annesley] Voysey. Veniva dalla tradizione di William Morris, e usava vivere per mesi con la gente per costruire loro la casa, realizzava tutti gli interni, disegnava le carte da parati… Proseguendo, è possibile arrivare ad epoche più recenti, a figure come Le Corbusier… sono molto interessato a tutte le abitazioni che ha costruito a Parigi e nei dintorni di Parigi e, in special modo, uno dei più importanti capolavori della sua architettura è la Villa Savoye a Poissy che aveva costruito per un’anziana signora: uno spazio molto aperto, molto attraente, che ha un forte rapporto con l'ambiente circostante… C’è una ricerca delle relazioni sociali… Sapete nella storia dell'architettura – io ho studiato storia dell'arte negli anni '70 – si studia la storia del Palladio – ho visto tutto Palladio, amo Palladio… Ma ad un certo momento mi sono detto che anche l'edilizia popolare ha un’estetica, così ho approfondito questo argomento e ho scritto una tesi sullo sviluppo del social housing nel diciannovesimo secolo in Inghilterra… Passando all'arte, guardando all'arte, essa è sempre stata portata in cerchie ristrette di persone e una delle frasi che mi ossessionano, o meglio, a cui sto pensando molto in questi ultimi anni è un’affermazione di Heidegger che recita: «Il linguaggio è la casa dell'essere»…

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Avevano depredato una casa al mare, ma qualcuno li aveva visti. L’episodio ieri mattina: una telefonata aveva informato i carabinieri della presenza di tre individui intenti a depredare un’abitazione ubicata in Via Del Dentice a Casalabate. A segnalare l’accaduto, un vicino che aveva precisato anche di aver ricevuto minacce di morte, da parte dei malviventi durante la fuga. I militari, arrivati sul posto, avevano saputo che i malviventi si erano dileguati a bordo di ciclomotore Piaggio modello APE 50 colore verde e con sponde sovrapposte artigianali in legno, molto simile a quello di proprietà dei tre, abitanti poco lontano. Davanti ai carabinieri, i tre hanno mostrato sorpresa: i militari hanno constatato anche che il mezzo aveva ancora il “motore caldo”, decidendo di portare in caserma i sospettati. Durante il trasferimento uno di loro, rivoltosi ad uno dei militari, e alla presenza di un altro collega, lo minacciava includendo anche alla persona che aveva segnalato il furto in atto. All’uomo, nel frattempo veniva sequestrato un coltello a serramanico di 22cm con sola lama di 10 cm. Nel frattempo la proprietaria dell’abitazione aveva deciso di formalizzare la denuncia di furto, riconoscendo la refurtiva scoperta, consistente in una serie d’infissi in alluminio sradicati dalle strutture murarie della casa.

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Il linguaggio della seconda casa Verso un manifesto della Dwelling Art. Casa a Mare

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