Un’identità globale, nonviolenta e solidale è possibile

Lavoro in un’azienda italiana che produce e commercializza mappamondi. Niente sembra più innocuo di un mappamondo, eppure le geografie umane sono il frutto di conflitti bellici, smanie di onnipotenza, interessi economici, speranze e punti di vista, visioni soggettive o collettive, tutt’altro che innocenti e universali.

Gli esempi sono numerosi. Il Trattato Antartico blocca qualsiasi rivendicazione territoriale sulla porzione più meridionale della Terra, eppure molti Stati pretendono che il mappamondo indichi una loro sovranità in quell’area. L’Argentina e l’Inghilterra si contendono l’arcipelago delle Falkland nel sud dell’Oceano Atlantico, teatro di una sanguinosa guerra negli anni Ottanta. La disputa territoriale più attuale riguarda la Crimea, che nelle cartografie russe e in quelle ucraine ha connotazioni diverse, e altre contese hanno radici lontane: Cipro, il Kashmer, il Sahara Occidentale, il Tibet, la fascia di mare tra Corea e Giappone, le isole Curili e molte altre. Anni fa inviammo in Arabia Saudita una campionatura di mappamondi destinati a una piccola fiera locale: tornarono indietro, a nostre spese, rigettati dalla dogana; in corrispondenza delle parole Israele e Tel Aviv, che per il Governo di quel paese non dovevano comparire, erano stati praticati dei fori, probabilmente con un oggetto appuntito.

Meno soggettiva è la geografia fisica: un lago, un fiume, una catena montuosa, un deserto. Contestare l’esistenza di questi dati di realtà è complicato. Un albero, insomma, finché è solo un albero, può sentirsi sufficientemente al sicuro. Nel momento in cui diventa un albero austriaco, o ceceno o guatemalteco, rischia di finire in fiamme per un qualche conflitto.

Queste osservazioni sollecitano a riflettere su quanto, anche definendo progressivamente noi stessi, dettagliando le nostre identità, in qualche modo entriamo a far parte di queste geografie conflittuali. Si può essere qualcosa di più di semplici animali umani, senza per questo voler sancire una separazione potenzialmente competitiva, ostile e contrapposta al resto dei viventi? E in che misura un’identità non è già determinata dalle condizioni sociali, culturali ed economiche che ci troviamo a vivere, senza averle meritate o scelte?

Ho recentemente conosciuto una comunità di persone crudiste e vegane che vive nelle montagne della Valchiusella. Hanno scelto di vivere in montagna, per far crescere i loro figli in un ambiente sano e incontaminato, coltivando il proprio cibo, minimizzando l’impronta ecologica, rispettando gli altri animali e nutrendosi prevalentemente di cibi cotti a temperature non superiori a 42 gradi: perché la vita – sostengono – si produce e riproduce in modo naturale solo entro certe temperature. Sostengono che le energie siano importanti e che la cottura ad alta temperatura affatichi il corpo, annientando le proprietà energetiche dei cibi. Le famiglie della Valchiusella svolgono un’attività di catering crudista, un tipo di alimentazione che suscita crescente interesse, forse per preoccupazioni destate dagli scandali alimentari e per le tante malattie collegate al consumo di cibo industriale. Lavorare il minimo indispensabile e avere tempo libero da dedicare alla famiglia, alla lettura e ad altre attività fa parte dei valori comunitari di questo gruppo.

Essere attivamente e pacificamente parte della più larga famiglia dei viventi terrestri, valicare il confine di specie, non sentirsi separati dagli altri animali, avere cura delle generazioni future riducendo il consumo di risorse non rigenerabili, essere in prima persona il cambiamento che si desidera nel mondo, tutto questo è anche una risposta alle emergenze ecologiche e spirituali del nostro tempo. Esente da provincialismo, tradizionalismo e individualismo, l’identità di questo gruppo di famiglie riesce, con semplicità, a dialogare con l’attualità, con l’informazione, con le questioni globali del nostro tempo, con il resto della società, anche quella geograficamente più distante.

Tornando a una geografia del tangibile e dell’intangibile, come potremmo collocare su un mappamondo la comunità a basso impatto della Valchiusella? Forse potremmo immaginarla fisicamente nel suo Piemonte ma spiritualmente e politicamente diffusa. Magari le persone che stanno vivendo quell’esperienza nemmeno ne sono consapevoli, ma da quelle montagne stanno dialogando con gli abitanti in fuga dall’arcipelago di Kiribati in Micronesia minacciato dall’innalzamento degli Oceani, i primi profughi ambientali del pianeta.

Molti cittadini cosmopoliti volano fisicamente nelle megastrutture turistiche di quegli atolli, restando completamente all’oscuro delle tragedie provocate (anche) dal combustibile necessario per le loro vacanze. In questi termini, coniugare identità locale e temi globali sembra non solo possibile ma anche necessario.


Camilla Lattanzi, Florence (Italy) 1965.
She lives and works in Florence.

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