Colin mi ha detto che gli hanno regalato un bel libro su Bruce Nauman; in una delle foto si intravede il suo studio. Ho sempre pensato ai lavori di Nauman come pungenti ed essenziali, è forse per questo che mi aspettavo uno spazio di lavoro pulito e ordinato. Invece no, mi ha raccontato Colin che Nauman era immerso in un mare di oggetti, cavi, proiettori e immondizia di ogni tipo. Abbiamo quindi pensato che solo da uno spazio entropico puoi ritagliare e formalizzare un lavoro così pulito. Quando Colin se n’è andato ho finito il mio stencil del leone di Zurigo.

Il leone di Zurigo, con tutto il suo potere simbolico e la sua apparente inutilità, sta diventando una sorte di ossessione. Qual è il peso specifico di un simbolo? La cosa buffa è che il leone di San Marco è aggrappato alla mia schiena già da un po’, non in quanto leone ma come simbolo indiscusso dei movimenti indipendentisti veneti e io, per errore, veneto lo sono. La domanda mi sorge spontanea: Sono autorizzato a parlare di luoghi che non mi appartengono? Quali sono i confini dell’esotismo?
Il leone è per me un punto di partenza per un’ampia riflessione sui confini del simbolo, su come le comunità lo percepiscono e su come le comunità immaginate inventino i simboli stessi. Tornando allo studio di Nauman e al mio stencil, la necessità di un confine mi appare ora imprescindibile, devo solo capire quanto la soglia possa essere sfumata. E’ una semplice questione di economia cognitiva; per essere più precisi è la necessità di riconoscere e categorizzare nel minor tempo possibile ciò che accade. Così si possono spiegare l’abbondare fisiologico di luoghi comuni ma anche di divisioni improbabili, tipo la post internet art. Più aumenta il movimento entropico e più le categorie si diversificano in una folle corsa al contrario verso il mito dell’originalità.
Per quanto riguarda il mio leone ritagliato nel cartone, mi domando se io sia autorizzato a prendere un simbolo legato a una tradizione secolare, che non mi appartiene, affermando senza troppi scrupoli, che  il leone di San Marco è uguale al leone di Zurigo e ai mille altri leoni, draghi e serpenti che affollano bandiere e vessili; il punto è forse che qualsiasi confine è immaginato per paura del vuoto e dell’horror vacui dove navighiamo a vista? Se così è, allora l’artista egiziano può parlare di primavera araba e usarla come spunto per sviluppare un lavoro dai banchi del Goldsmiths College di Londra, pur senza aver mai messo piede a piazza Tahir? Lo può fare perché l’esotismo coloniale necessita di una certificazione etnica: almeno nato al Cairo e portatore di un nome arabeggiante.3Come veneto italiano potrei allora parlare dei presidi slowfood o del cartongesso.
La parete di cartongesso, a dire il vero, c’è l’ho proprio di fronte, qua nel mio studio di Zurigo, ma è un cartongesso diverso da quello padano. Non ne sono sicuro, ma ho la sensazione che i dettagli facciano la vera differenza nel minestrone post modernista. Eppure la parola “dettaglio” mi risveglia quell’odio profondo verso l’ossessione tutta italiana per l’apparenza.

1

Mi viene in mente Brunello Cucinelli che dal suo borgo medievale promuove “l’eccellenza del nostro paese nel mondo“ e rifletto su come il capitale, nella scelta di creare bisogni infiniti per infinite nicchie di mercato sempre più esclusive, generi al contempo movimenti identitari e una estrema omogeneizzazione.Che differenza c’è tra un artista del territorio DOP e Anish Kapoor? Lui usa il suo background indiano per creare arte spirituale, una sorta di comfort zone per gli orfani delle religioni in occidente. Il suo lavoro poi, potrebbe essere anche stato fatto da un islandese, ma l’etichetta “India” ha aiutato il proliferare di testi critici dove l’ingrediente etnico è il carburante essenziale per l’innesco di storytelling infiniti.
Jung aveva descritto benissimo la pulsione, l’urgenza del mito. Se i miti non sono nel bosco sotto casa, basta prendere un aereo e farteli raccontare direttamente da Anish Kapoor.
Io racconto invece del cartongesso, delle feste medievali con castelli in cartapesta e della salsiccia DOP – in attesa che i paesi arabi perdano un po’ di appeal cosicchè qualche curatore nordico riscopra nel paradosso padano un fascino esotico. Questo tutto sommato posso farlo: io conosco i dettagli.


Nicola Genovese (1971) is a visual artist. He lives and works in Zurich, Swiss.
www.nicolagenovese.org

N°5 / The Forest – Contents