Beirut è una città che richiama un immaginario ancora prima di mostrarsi. Non appena pronunciamo il suo nome siamo già proiettati in una drammaturgia ben precisa, dove accanto all’immagine della città martoriata dalle guerre, l’ultima nel 2006 con Israele, abbiamo quella di una metropoli araba mediterranea, che suscita un grande interesse non solo in Occidente ma anche nei vicini stati arabi, come scrive Samir Kassir in Beirut. Storia di una città. È facile cadere in letture stereotipate della città sia da Oriente  che da Occidente. Luogo strategico, economicamente e politicamente, segnato da ripetute guerre, conflitti e assassini spettacolari, la città ha visto negli ultimi decenni un forte intervento di ricostruzione, un processo complesso, in cui si intrecciano intricate vicende politiche e economiche, in cui Solidere (Société Libanaise pour le development et la reconstruction de Beirut), società istituita nel 1991 per ricostruire la zona centrale di Beirut ha un ruolo predominante, con la volontà di azzerare il passato e riprogettare la città in forme nuove.

ll progetto di Beirut Souks di Solidere, per fare solo un esempio, complesso commerciale con oltre 200 esercizi commerciali, ha cancellato ciò che rimaneva dei caratteristici, seppur bombardati, souks, anche se in quella stessa zona sono stati restaurati alcuni edifici storici religiosi.

Beirut è lo spazio della trasformazione, non quello della memoria. Ed è la cartografia della città a parlarci della sua tragica storia. Non è semplicemente una questione di Est e Ovest, della Linea Verde che divideva la città durante l’ultima guerra civile e dell’appartenenza confessionale e militare delle varie aree della città, che vede riunite popolazioni di 18 diverse confessioni religiose e una altrettanta composita varietà di etnie, Beirut è un “testo”, o meglio un “palinsesto” di storie e narrazioni, la cui cartografia suggerisce indizi storici anche quando cerca di cancellarli, con operazioni radicali di ricostruzione come quella attuata appunto dalla società Solidare a Downtown.

Le ripercussioni di questa complessa e tormentata storia del paese le ritroviamo nelle opere degli artisti libanesi. Esemplare è il lavoro di Walid Raad, tra gli artisti libanesi più conosciuti a livello internazionale. Nel 2000 crea The Atlas Group, fondazione non-profit immaginaria il cui scopo è documentare la storia contemporanea libanese con appunti, film, fotografie, installazioni, documenti e archivi. Contamina realtà e finzione in un archivio che conserva documenti di individui immaginari come Souheil Bachar, tenuto in ostaggio per diversi anni, o Fadl Fakhouri che scattava fotografie ogni volta che la guerra sembrava finita, e collezionava immagini di auto utilizzate come autobombe. Scrive Walid Raad, “Senza tentare di situare la guerra in questo o quell’evento, persona, spazio o tempo cerco di rispondere alle domande: Si può scrivere una storia della guerra civile libanese? Come sono rappresentati eventi traumatici collettivi quando la nozione stessa di esperienza viene messa in discussione? Come approcciarsi ai fatti della guerra, non nella loro cruda evidenza ma attraverso le complicate mediazioni attraverso le quali i fatti acquistano una loro immediatezza? Quale particolare esperienza, di assimilazione di dati possiamo presupporre quando parliamo della violenza fisica e psichica della guerra civile? Quale concezione di tempo, tracce, testimonianze, storia e scrittura invochiamo?”

Una pubblicazione che ho conosciuto alla facoltà d’architettura dell’Università Americana di Beirut chiamato Beirut: Mapping Security mi ha aiutato, attraverso l’analisi cartografica della città, a comprendere meglio i quesiti posti da Walid Raad.

Il progetto si occupa dei dispositivi di controllo che hanno ridefinito i modi di governare e vivere la città. L’assassinio del primo ministro Rafiq Hariri il 14 febbraio 2005 ha portato a un processo di militarizzazione senza precedenti, legittimando la proliferazione dei dispositivi di controllo, divenuti elementi di governance urbana. Le forme di controllo sono cambiate rispetto a quelle della guerra civile (1975–1990), dall’occupazione israeliana del sud del Libano (dal 1978) o dal conflitto arabo israeliano. La mission protettiva verso esponenti di varie istituzioni politiche e confessionali e la volontà di limitare gli incontri tra le varie confessioni religiose ha portato a ridefinire e a  limitare lo spazio pubblico. Checkpoints temporanei, strade chiuse, parcheggi inaccessibili, la pervasività di videocamere di sorveglianza e la diffusa presenza di forze armate pubbliche o private sono solo i segni più visibili di queste forme coercitive. Nei centri commerciali, nelle banche e nei grandi magazzini si intensificano i controlli e le perquisizioni, mentre i quartieri generali delle Nazioni Unite, delle stazioni di polizia e dei maggiori partiti politici sono stati trasformati in bunker. Anche se le divisioni settarie del territorio, protette dalle milizie delle varie confessioni religiose, erano già presenti durante la guerra civile, è con la ricostruzione di downtown che le strategie economiche neoliberiste hanno determinato un diverso uso dello spazio pubblico e la molteplicazione di forme di controllo.

Le mappe, i testi e i diagrammi raccolti e processati da Mona Fawaz, Mona Harb, Ahmad Gharbyeh con gli studenti d’architettura dell’Università Americana di Beirut, non si basano sulla registrazione di dati astratti ma sull’esperienza diretta compiuta sulla città. Vivere nello stesso edificio di un esponente politico può essere estremamente difficoltoso tra bodyguard e posti di blocco. Camminare, guidare e persino telefonare (nei pressi delle ambasciate e dei siti militari i cellulari vengono schermati) sono azioni che assumono un diverso valore a Beirut.

Beirut: Mapping Security è stato commissionato dalla Biennale di Architettura di Rotterdam nel 2009 ed è stato distribuito gratuitamente in arabo con un quotidiano locale. Le mappature e le cartografie permettono di rappresentare una realtà urbana estremamente complessa, in cui la nozione stessa di quotidianità è messa in discussione, e uno stato permanente di controllo crea complicate mediazioni che sono le tracce e le conseguenze dei fatti della Guerra.

La pratica cartografica permette in questo caso di visualizzare e approfondire le ripercussioni che la normalizzazione della sicurezza come elemento di governance urbana hanno avuto sulla città alterando profondamente la vita quotidiana dei suoi abitanti. Il progetto ha permesso di sovvertire le nozioni convenzionali della disciplina geografica per attivare riflessioni critiche, perchè lanalisi cartografica da una parte scava trova ed espone, e dall’altra genera relazioni costruttive, come sottolinea James Corner in The Agency of Mapping: Speculation, Critique and Invention.


 Lorenza Pignatti lives and works in Milan (Italy) and Barcelona (Spain).

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