Intorno al 1785 l’architetto francese, Etienne Boulleé conosciuto per le sue architetture visionarie e mai costruite, realizzando un progetto per la Biblioteca nazionale di Parigi, scrive: “il monumento più prezioso per una nazione è certamente quello che conserva tutte le conoscenze esistenti”[1]. Prima del 1789 l’Archivio in senso moderno non esisteva. Esso nasce dalla cesura con il vecchio sistema feudale che la Rivoluzione Francese mette in atto. Così nell’Italia già conquistata da Napoleone, Gioacchino Murat nominato Re di Napoli nel 1808 decreta l’istituzione dell’Archivio Generale del Regno in cui dovevano essere raccolte e riordinate tutte le carte del vecchio regime borbonico, introducendo una novità: l’uso di tutti gli archivi diventa pubblico[2]. Le carte di cui ognuno da quel momento potrà fare copia, sono le carte del passato, il cui valore storico e documentario viene riconosciuto in virtù della cessazione di una precedente funzione. Nel processo di unificazione dell’Italia e di accentramento del potere, gli Archivi conquistano i “palazzi” e la loro esistenza diventerà una questione di spazi e di luoghi, di permesso e negazione. Appare chiaro fin dal principio che non sarà l’elemento “pubblico” a prevalere, ma quello della segretezza e dell’esclusione[3].

2 venezia_archivio_di_stato_foto_storica_02_0_0

Nel 2007 l’artista americana Taryn Simon pubblica un libro fotografico “An American Index of the Hidden and Unfamiliar”[4], un inventario di ciò che rimane nascosto all’interno degli Stati Uniti. Simon fotografa spazi esclusi all’accesso pubblico connessi a tematiche collettive come le scienze, il governo, la medicina, la sicurezza. Con un gesto analitico e politico, il lavoro di “archiviazione” di Simon, nel mostrare la segretezza di luoghi e contesti, svela i modi con cui la storia si nasconde.

taryn

Dietro ad ogni fotografia vi è un lavoro di ricerca e d’archivio che si configura come un testo informativo che allaccia l’immagine ad una precisa situazione spaziale e temporale permettendone la lettura e sfuggendo la fascinazione: l’archivio non è una Wunderkammer, ma un sistema relazionale e necessario di ordinamento dell’esistente che nello scrivere la propria storia avvia un inevitabile processo di esclusione. Lungi dall’essere un monumento, la storia vista attraverso l’archivio appare sempre parziale e politicamente scorretta. Il rifiuto del principio di autorità può mostrarsi come memoria, personale e collettiva, e come negazione del valore dell’immagine quando sia disconnessa dal proprio contesto di produzione. Il libro di Elisabetta Benassi All I remember[5] prende alla lettera questa sfida selezionando dagli archivi dei maggiori quotidiani mondiali i retri di fotografie che hanno catturato avvenimenti memorabili e dimenticati del ‘900. L’artista costruisce il suo libro come un archivio minore attraverso elementi non intenzionalmente prodotti per essere mostrati: note, appunti, descrizioni di servizio per i giornalisti.

5 benassi-pag106

6 benassi-pag116

“Chi l’ha detto che una fotocopia degli anni ’80 varrà meno di una pergamena del 1300?”[6]

Il valore dei documenti e così degli archivi è qualcosa che può essere fondato solo attraverso l’uso, valore non più solo storico ma produttivo, creativo: è in questo contesto che l’accessibilità ai luoghi dove gli archivi sono prodotti e conservati, diventa di fondamentale importanza per rendere la conoscenza stessa possibile.

Alle porte dell’era digitale guardare i luoghi rimasti a custodia del sapere, può non solo far riflettere sull’origine e quindi sul futuro di quanto ci attende, può anche riconsegnare segni che si pensavano perduti. Candida Hofer nel suo libro fotografico Biblioteche[7], trasforma spazi pubblici in visioni organiche della storia; nella trama dei dettagli l’immagine letta come un documento, restituisce un senso del sapere divenuto estraneo, fatto di sacralità, silenzio, ostinazione, ordine e architettura. Hofer trasforma la visibilità della conoscenza in visione dello spazio, e se la biblioteca mostra in pubblico il sapere come dono ricevuto dalla storia, l’archivio ne conserva i pezzi al riparo dall’aria e dalla luce. I luoghi in cui gli archivi sono conservati diventano le metonimie con cui parlare dell’archivio stesso: attraverso la fisicità del luogo che lo nasconde, l’archivio rimane un’esperienza virtuale che solo l’atto di rinnovate ennesime scritture trasformerà nell’attualità di nuove forme della conoscenza.

    7 hofer-Real-Gabinete-Portugues-de-Leitura-Rio-de-Janeiro-IV-2005

[1] Etienne Louis Boullée, Architettura Saggio sull’arte ed. Marsilio Editori 1967 pag.117
[2] Bullettino del Regno di Napoli Art.2 RD 22 dicembre 1808
[3] In Italia fino al 1974 gli Archivi sono materia del Ministero dell’Interno, passeranno in quell’anno sotto il Ministero dei Beni Culturali – Decreto-legge 14 dicembre 1974, n. 657
[4] Taryn Simon An American Index of the Hidden and Unfamiliar, Gottingen, Steidl, 2007
[5] Elisabetta Benassi All I remember, Roma, published by Nero, 2011
[6] Cit. Mario Squadroni, Soprintendenza archivistica per l’Umbria
[7] Candida Hofer, Biblioteche, Milano, Johan & Levi, 2006

Barbara Galli (Carrara 1976) si occupa di editoria, fotografia, ricerche in ambito documentario e archivistico. Dal 2012 è vicepresidente dell’Associazione culturale “Osservatorio Spontaneo sul Territorio” con cui ha collaborato a diversi progetti editoriali e didattici con particolare riferimento al territorio della provincia di Massa Carrara. Da un paio d’anni scrive per la rivista d’arte Exibart.