Esploso negli anni ’60 negli Stati Uniti, il movimento dell’arte concettuale ha assunto velocemente una dimensione globale mettendo al centro della ricerca non l’oggetto artistico, ma il concetto stesso di arte in relazione con lo spazio e il tempo. Nell’opposta realtà dell’Unione Sovietica, caratterizzata dal sistema monolitico del regime, dal realismo socialista e dall’inesistenza di un mercato dell’arte, il concettualismo ha trovato una nuova e locale dimensione: il concettualismo moscovita.

Collective Actions_ The third variant_1978_ Courtesy author and Stella Art Foundation, Moscow

The Third Variant, 1978. Collective action. / Courtesy the author and Stella Art Foundation, Moscow.

Nel 1976 Andrei Monastyrsky, Georgij Kizevalter, Nikita Alexeev e Nikolai Panitkov fondarono il gruppo Collective Actions (Kollektivnye Deistvia) a cui si aggiunsero successivamente Igor Makarevich, Elena Elagina e Sergei Romashko. Riconosciuta come la prima esperienza di arte partecipativa avvenuta nell’Unione Sovietica, l’esperienza delle Collective Actions si fonda sulla partecipazione attiva dello spettatore il quale, seguendo alcune suggestioni proposte dagli organizzatori, è indotto a lasciare la sua condizione di osservatore passivo per prendere parte alla creazione artistica. Nel contesto repressivo dell’era Brežnev, le azioni del gruppo si svolgevano in aree rurali e prevedevano la presenza di invitati attentamente selezionati (artisti, poeti e intellettuali della seconda avanguardia) che ricevevano solamente le informazioni necessarie per raggiungere il luogo prestabilito.

Collective Actions. Slogan-1977 - Courtesy author and Stella Art Foundation, Moscow

Slogan, 1977. Collective action. / Courtesy the author and Stella Art Foundation, Moscow.

Mentre la città sovietica era il contenitore saturo dall’arte di propaganda, le foreste ed i campi attorno ai grandi agglomerati urbani erano le no man’s land, i luoghi in cui era possibile la creazione di un’arte alternativa. Allontanarsi dagli spazi gestiti, organizzati e controllati dal regime  significava anche ricercare la libertà della propria individualità, abbandonare quindi l’idea della collettivizzazione forzata e passiva. L’intento di Monastyrski era quello di dare spazio alla dimensione intima personale attraverso l’incontro di quelle identità molteplici capaci di formare un collettivo.
Rispetto al modello occidentale, Monastyrski escogita una struttura più complicata, organizzando un viaggio contemplativo in cui tutti i momenti che lo costituiscono, prima, durante e dopo l’azione, contribuiscono al raggiungimento del suo scopo. Il partecipante esperiva la progressiva assenza dell’artista, attuata tramite un’azione vuota, ovvero azione non visibile e pensata per lasciare spazio all’espansione del ruolo dello spettatore, il quale, di fronte alla mancanza di atti effettivi e comprensibili, si trovava nel proprio intimo a cercare una spiegazione, dubitando e sforzando la propria attività creativa. Dopo aver letto il testo della performance i partecipanti scoprivano che la vera azione era avvenuta altrove, e che l’attività da loro intrapresa era di carattere fittizio. É lo spostamento dell’azione, del significato, ad essere il nucleo dell’attività delle Collective Actions; la metodologia operativa prevedeva l’inserimento di un elemento extradimostrativo nella struttura dimostrativa per rendere chiaro il vuoto lasciato dall’azione non compiuta, non conosciuta, spazio che doveva riempirsi con la coscienza dello spettatore. A questo seguiva l’inizio della riflessione sulla propria aspettativa, maturata per tutta la durata del viaggio, sull’accettazione dell’inganno e quindi la liberazione dalla tensione accumulata.

Collective Actions_ Balloon_1977_ Courtesy author and Stella Art Foundation, Moscow

Balloon, 1977. Collective actions. / Courtesy the author and Stella Art Foundation, Moscow.

Speculando attorno all’inconoscibilità dell’azione e all’impossibilità di rappresentarla, i partecipanti scrivevano interpretazioni, descrizioni e narrazioni della performance frutto del proprio ed unico punto di vista. I testi, ancora oggi, confluiscono in quaderni intitolati “Trips out of town” assieme ad altro materiale documentario fotografico, video e testuale. L’esperienza intima e privata, una volta che questa sia stata condivisa con il gruppo, diviene creazione di un’opera collettiva e co-autoriale.

Collective Actions_The Shoot_1984_ Courtesy author and Stella Art Foundation, Moscow

The Shoot, 1984. Collective action. /  Courtesy the author and Stella Art Foundation, Moscow.


Bibliografia

Claire Bishop, Moscow: Zones of Indistinguishability, da Artificial hells: participatory art and the politics of spectatorship, London, Verso Books, 2012, pp. 152-162.
Boris Groys, Global Conceptualism Revisited, in E-flux journal, Berlin, Sternberg Press, 2012.


Alessandra Franetovich, art historian, lives in Pisa and Berlin.

N°5 / The Forest – Contents