Un’esperienza di fare collettivo contro l’obsolescenza del consumo Medialab Prado di Madrid.

Il fare collettivo come possibile via d’uscita da una spirale consumistica dove il tempo non è che un calendario fatto di lanci, sfruttamento e obsolescenza dei prodotti. Se il consumo è diventato un mezzo per la definizione dell’identità, in una costante riproposizione del desiderio e della sua soddisfazione, allora la restituzione di un valore esistenziale all’atto creativo consente di ripensare al tempo come la dimensione della costruzione e non come a uno scivolo di obsolescenza verso una scadenza. Da questa prospettiva, una rilettura di pensatori contemporanei – come Falcinelli, Bauman, Debord – è d’interesse l’esperienza di CoderDojo.

CoderDojo è una iniziativa nata non molti anni fa in Irlanda che, nelle parole dei suoi promotori, si definisce come: The open source, volunteer led, global movement of free coding clubs for young people. Un movimento globale, promosso e diretto da volontari, senza scopo di lucro, per insegnare gratuitamente a un pubblico giovane a programmare in un contesto di codice aperto. Attualmente esistono più di 380 Dojos in 43 paesi: la rete è in continua crescita e lo scambio di esperienze tra le varie iniziative si sta consolidando. Fra i Dojos, raccontiamo quello promosso da Medialab Prado di Madrid.

Il compito che si propone un CoderDojo non è scontato: imparare la programmazione può infatti apparire come un’attività poco avvincente per studenti di età compresa tra gli 8 e i 12 anni. Uno degli escamotage meglio riusciti è stato offrire sessioni di sviluppo per Minecraft, un videogioco dall’apparenza retro, costituito su di un codice aperto, che pensa al multiplayer come ad uno scenario di collaborazione e non di competizione fra i giocatori. Al suo interno è possibile sviluppare nuovi scenari ed elementi di giochi per mezzo di un SDK aperto.

Il CoderDojo di Madrid tenta pertanto l’occultazione di un complesso e impegnativo programma didattico (che va dal web design, allo scratch fino al processing/arduino) all’interno dell’attività stessa, sperimentando quindi una forma indiretta di apprendimento, nell’idea che imparare possa risultare come un gradito effetto collaterale. È interessante constatare la naturalità con cui studenti così giovani si avvicinano ai linguaggi formali, che possono apparire rigidi e poco intuitivi se confrontati alla versatilità dei linguaggi comuni. Ciò nonostante i ragazzi assumono, senza pregiudizi di sorta, il concetto che grazie alla definizione univoca dei linguaggi formali è possibile realizzare, fare o far fare delle cose. In questo senso possiamo dire che il mondo della creatività sarà sempre più popolato da profili bilingue.

CoderDojo è un’iniziativa riproducibile. Non c’è alcun bisogno di reinventare la ruota: nell’ esperienza di Madrid vengono sfruttate risorse già disponibili, ma sono assolutamente necessari uno spazio adeguato e una istituzione catalizzante per consentire la formazione di una comunità educativa.

Alfredo Calosci, architetto. Lavora a Madrid come visual and interaction designer.

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