La conoscenza come proprietà della rete. Apprendere ad apprendere tra tecnologia e accelerazione.

Esiste una relazione intima tra tecnologia e accelerazione? La domanda può essere utile per affrontare un tema spinoso come quello del rapporto tra formazione e tempi dell’apprendimento. Le reazioni più comuni davanti ai cambiamenti connessi alla diffusione del digitale e delle reti, infatti, prendono di norma la forma dell’apprezzamento entusiastico o del rimpianto nostalgico. Lasciando da parte questi due lati di una stessa medaglia, è forse possibile cercare di comprendere il mutamento che stiamo vivendo adottando un metodo mediologico. Dalla pietra alla carta, passando per le ruote, le imbarcazioni, le strade, le tecnologie hanno aperto nuove possibilità configurandosi come dispositivi abilitanti, rendendo l’inedito possibile e il conosciuto più rapido.

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A lungo ci si è interrogati sulle differenze tra il mondo degli amanuensi e quello della carta stampata, e più di un commentatore ha ricordato come prima dell’invenzione di Gutenberg i copisti non fossero ritenuti “lenti”. Non ci sono molti dubbi, invece, sul ruolo della stampa a caratteri mobili nella velocizzazione dei processi di insegnamento e apprendimento. Conviene dunque aver presente che comprendere i mutamenti del passato può aiutare a intendere meglio quelli del presente. Ci si sofferma qui su un interrogativo puntuale, ovvero ci si chiede se le tecnologie digitali e la rete stiano effettivamente conducendo verso un’accelerazione impossibile da gestire, e se non sia il caso di tornare a quella che si potrebbe definire – in linea con non poche retoriche contemporanee (slow food, slow travel, slow economy, slow wine, etc.) – una slow education. Va detto da subito che lo slogan “Buono, pulito e giusto” è difficilmente applicabile alla formazione, giacché gran parte dell’apprendimento è di fatto “sporco”, come ha più volte ribadito Seymour Papert. Le retoriche del ritorno al passato e alla sua lentezza, poi, risentono spesso di idealizzazione quando non di vera e propria reificazione di un tempo mai esistito: solitamente questo tipo di approcci, anche negli ultimi tempi, è servito a giustificare politiche regressive, conservatrici o reazionarie.

La tecnologia delle comunicazioni e dei trasporti e l’espansione dell’istruzione hanno reso possibile a più persone leggere nei quotidiani e nei libri di nuovi luoghi, vederli nei film e viaggiare di più. Riuscire a sperimentare molti eventi lontani nello stesso tempo, grazie alla radiotelegrafia, fu parte di un più ampio cambiamento nell’esperienza del presente. La comunicazione elettronica ha ridotto spazi e tempi, e la simultaneità ha esteso spazialmente il presente. Il digitale e le reti oggi continuano sulla strada aperta dai media precedenti. Le tecnologie cambiano rapidamente le dimensioni dell’esperienza, e per quanto esistano tempi diversi per tipi di apprendimento differenti, non sembrano rivelarsi utili né la retorica dell’accelerazione né quella nostalgica del passato lento e “più umano”. Naturalmente nuovi ambienti mediali comportano nuovi problemi e nuove sfide – è sempre stato così – anche e soprattutto per chi si occupa di formazione. Il sapere viene prodotto, diffuso e consumato sempre più in rete, e non è più confinato esclusivamente in luoghi deputati alla sua conservazione o riproduzione: ciò significa da una parte che il cambiamento dell’infrastruttura del sapere sta alterando la forma e la natura stessa della conoscenza, e dall’altra che fuori dai percorsi istituzionali esistono processi formativi di vario tipo, spesso non banali e meritevoli di attenzione. Multitasking spinto e overload informativo sono problemi reali, ma a queste sfide si risponde con soluzioni adeguate no né universali né ideali, ma semplicemente funzionavano bene per la tecnologia del periodo (la carta). A nuove situazioni nuove risposte. La soluzione alla sovrabbondanza di informazioni non è la loro riduzione, ma l’aggiunta di altre informazioni: l’educazione all’uso dei metadati diventa allora centrale per l’acquisizione di competenze fondamentali per il presente e per il futuro. Allo stesso modo e per ragioni analoghe, lo studio del software e delle basi della programmazione non può più essere relegato ai margini dei percorsi educativi. Non tanto per saper programmare, quanto per imparare a non essere programmati.

Mario Pireddu è ricercatore in Scienze della Formazione alla Università Roma Tre. Vive e lavora tra Roma e Milano.

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