1. Andrea Galvani © 2016, A Few Invisible Sculptures #0 | C-print, Customized 1978 Guzzi V35 Imola on aluminum dibond. 158 x 205 cm framed. Courtesy Artericambi, Verona e Revolver Galería, Lima d. Courtesy Artericambi, Verona e Revolver Galería, Lima

1. Andrea Galvani © 2016, A Few Invisible Sculptures #0 | C-print, Customized 1978 Guzzi V35 Imola on aluminum dibond. 158 x 205 cm framed. Courtesy Artericambi, Verona e Revolver Galería, Lima
d. Courtesy Artericambi, Verona e Revolver Galería, Lima

Alla fiera di Verona, poi di Torino e di Miami ci si imbatteva in un modello di Moto Guzzi alterato in varie parti, la più evidente delle quali è il serbatoio che ha forma di piramide. A firma di Andrea Galvani, in vendita e già venduto almeno un esemplare, potrebbe essere presa come un’opera o come una scultura.

Andrea Galvani © 2016, A Few Invisible Sculptures #0 Customized 1978 Guzzi V35 Imola Courtesy Artericambi, Italy

Andrea Galvani © 2012, A few invisible sculptures #5
, C-print mounted on aluminum dibond 114 x 151 cm framed. Courtesy Artericambi, Verona e Revolver Galería, Lima

Si tratterebbe di una impressione fallace perché quell’oggetto che pure è curato ed è il frutto di un lavoro di ristrutturazione deformativa non è l’opera ma piuttosto lo strumento che consente di produrla; per giocare sul tipo di strumento utilizzato: è il veicolo che consente di arrivare alla produzione di un’opera che a sua volta è definita scultura perché consiste di una situazione materica alterata nello spazio ma non la si vede. Ha per titolo A few invisible sculptures #5 e funziona così come era successo con la prima versione di questo lavoro, A few invisible sculptures #1 con la quale Andrea Galvani aveva fatto agire un altro tipo di motocicletta, anche in quel caso deformata, in un contesto di argilla, alterando quel contesto e consentendo al veicolo di caricarsi di argilla, per poi lasciare a noi l’immagine di un frammento di quella azione e di quella trasformazione. Nel primo caso, noi abbiamo, a testimonianza dell’opera, l’immagine del veicolo argillato; nel secondo abbiamo il veicolo in oggetto.

http://www.andreagalvani.com/work/few-invisible-sculptures

Andrea Galvani © 2012, A few invisible sculptures #1, C-print mounted on aluminum dibond 145 x 195 cm framed. Courtesy Artericambi, Verona e Revolver Galería, Lima and Marso, Mexico City

Siamo dunque in una situazione analoga ad altre proposte da Andrea Galvani : l’automobile fantasmata in un paesaggio (in più paesaggi, ciascuno con fantasma diverso), il cavallo simbolisticizzato a portatore di una forma; l’aereo che porta veloce un sassolino malforme. Le situazioni cambiano e con esse cambia, all’interno di una poetica riconoscibile, la relazione tra forma, spazio, dinamica, alterazione e trasformazione, sia dello (nello) spazio che dell’immagine.

Può essere utile a questo punto fare due riferimenti: uno negativo e uno positivo.

Il primo è il Ciao restaurato da Valentin Carron: non vi sono relazioni con il lavoro di Galvani. Carron agisce cinicamente sulla memoria di alcuni elementi che hanno inciso il nostro immaginario culturale (il Ciao, gli strumenti musicali della cultura popintellettuale e l’uso fattone nell’arte, per esempio da Arman) e li altera o li ripristina

https://www.presenhuber.com/home/exhibitions/2014/Exh_Carro_GEP_Zuerich_2014/Installation-Views.html#240732

(interessante un esito possibile del cinismo di Carron: https://news.artnet.com/art-world/swiss-artist-valentin-carron-accused-of-plagiarism-159859)

Mentre Carron si limita a ripristinare l’oggetto culturale, sia esso uno strumento musicale o un ciclomotore o l’opera d’arte prodotta da altri, Galvani utilizza il mezzo meccanico come strumento di produzione di una alterazione fisica e come veicolo di conduzione di qualcosa che attraversa tale alterazione (come il sassolino, la “pepita” o il carburante e i pneumatici, per esempio). Quando vediamo quindi la motocicletta ed essa ci viene offerta, siamo di fronte alla componente di un processo, alla reificazione di una fase che va a compiersi in una dimensione ulteriore. Ha senso proporla così come è? Si, così come ha senso proporre il bozzetto di un’opera, lo studio, il disegno preparatorio che contribuiscono al compimento di qualcosa che poi noi vediamo realizzato in una ulteriore realtà.

Il secondo riferimento sono le fotografie con le quali George Rousse documenta le alterazioni architettoniche che egli stesso progetta, costruisce, dipinge e disegna per poi distruggerle:

http://www.georgesrousse.com

Qui vedo maggiori punti di contatto. George Rousse altera la realtà, con un intervento architettonico o pittorico o testuale; lo fa costruendo o comunque trasformando uno spazio, per lo più uno spazio architettonico. Una volta prodotta la alterazione, che è riconoscibile da un solo punto di vista, da quell’unico punto di vista egli scatta una fotografia e ci lascia quella testimonianza come se fosse un’opera, allorquando essa è più semplicemente il puntatore, l’indicatore dell’opera. Tale caratteristica, nondimeno, non distoglie dalla fotografia valore in sé perché essa è una immagine compiuta.

Nel lavoro di Andrea Galvani incontriamo spesso una fotografia; se cerchiamo di ricostruire come la fotografia è prodotta, comprendiamo che il vero lavoro sta nel processo e che l’immagine è soprattutto il frutto di quel processo. Anche se in modo diverso da ciò che succede con le fotografie di Rousse, possiamo riconoscere di nuovo la funzione di puntatore. Ciò non distoglie dalla fotografia valore in sé perché perché essa è una immagine compiuta. Come il cerchio di carrube ad Arles di Rousse ci comunica la propria compiutezza per ciò che esso è (un cerchio), l’anamorfosi che lo ha prodotto è una contro-dimensione del lavoro che ha maggiore densità artistica ma non lascia traccia. Così, l’aereo con la gonnellina ci comunica la propria compiutezza per ciò che esso è (un aereo supersonico che rompe il muro del suono); il sorgere del sole idem, con la dimensione quasi serigrafata del cerchio del sole; così il paesaggio roccioso alterato, il cavallo simbolista et coetera. Vi è poi una contro-dimensione del lavoro che, nel caso della motocicletta, consiste nel processo di alterazione di condizioni fisiche per mezzo di un processo di trasformazione di una materia: il carburante viene trasformato in energia cinetica di un veicolo che agisce trasformando una situazione di creta in un’altra situazione di creta e il veicolo in un’altra situazione di veicolo.

Presso la Galleria Civica di Trento è stata allestita una mostra che presenta bene alcuni aspetti del lavoro di Andrea Galvani, ma non esplicita la componente unitaria di ogni singolo processo (alba, conduzione del sassolino), preferendo valorizzare l’estetica insita in ogni tassello che compone ogni processo: il disegno, il video, la fotografia, la formalizzazione della formula che descrive un comportamento oppure una trasformazione fisica fino alla esibizione del materiale d’archivio (le copertine della bibliografia obsoleta).

Abbiamo così una distanza incolmabile tra il Ciao di Valentin Carron e la Moto Guzzi di Andrea Galvani. L’unico luogo comune possibile, con una certa forzatura, potrebbe consistere nell’accusare Andrea Galvani di plagio rispetto alla natura, perché è vero che quella moto resta una moto anche dopo l’alterazione deformante così come il sole che sorge resta un sole anche dopo la specificità serigrafica indotta dal tipo di stampa. È vero, cioè, che Andrea Galvani è sempre mosso da un impeto di adesione alla realtà naturale, come se tutto il suo procedimento di manipolazione fosse in realtà mosso da una esigenza erotica di esserne parte, come se il suo simbolismo fosse un percorso lirico di ascesa e di ascesi a un metaforico monte ventoso dove risiede il nocciolo della fenomenologia fisica della realtà.

Insieme, invece, George Rousse e Andrea Galvani, pur procedendo lungo piste distinte, ci porgono un’opera che è una fotografia, una immagine ma anche un processo di costruzione del quale l’immagine sarà solo documento. In questo modo essi continuano anche a insistere nella riflessione sullo statuto della fotografia, sulla potente ambivalenza di questa modalità espressiva e di questo linguaggio. Altri (Nicholas Nixon con le sorelle Brown) delegano al tempo e alla storia il compito di alterare la realtà. Galvani e Rousse si fanno carico di un personale impeto.