Sulla terra, sul campo e intorno alla terra si  muovono le istanze della ‘ruralità di ritorno’,  quella agìta da attori provenienti dagli ambiti più diversi (giovani disoccupati che  guardano all’agricoltura come possibilità di  lavoro e sostentamento, coltivatori che si  occupano in modo nuovo di colture, teorici  che si occupano di culture, cittadini alla ricerca di nuovi modi di vivere e abitare  il contado), e spinta da nostalgie astratte  come dalla necessità concreta di perseguire  (con la sovranità alimentare) pratiche  economiche e modelli di crescita diversi da  quelli attuali – in corso di naufragio – verso  la sperimentazione continua di nuove forme  di ecologia, economia, vita comunitaria  e attivismo. Queste istanze mettono in  gioco i temi della sovranità alimentare, del  diritto alla terra e la questione dei semi a impollinazione aperta (cioè non ibridi e  rigorosamente non Ogm), e negli ultimi anni  hanno visto al centro del discorso proprio  i semi: raccolti, scambiati, ‘custoditi’ e  perpetuati nei ‘campi-catalogo’ più o meno  spontanei, essi sono diventati ‘il seme’ di  tutti i discorsi, le pratiche e i movimenti  intorno alla ruralità. Scambio, catalogazione, archiviazione  e conservazione di semi culminano  in esperienze quali il campo catalogo  presentato durante un incontro di tre giorni  a Peccioli (Pisa): “Let’s cultivate diversity!  Secondo incontro europeo di scambio  di seme, conoscenze e pratiche sulla coltivazione e trasformazione dei cereali”,  12-15 giugno 2013.1 I campi-catalogo, archivi biologici vivi, si  configurano come vere e proprie costruzioni museali ‘impermanenti’, che implicano una  radicale messa in discussione delle modalità  e del senso della conservazione materiale  della memoria e dell’identità. A partire dai  semi e tornando ai semi siamo al livello  dei geni, della memoria, della identità  biologica di ogni organismo vivente: geni,  memoria e identità biologica, declinati al  livello dell’essere umano come individuo  e ‘particella’ sociale, sono natura e cultura  insieme, sono linguaggio. Questi archivi  biologici vivi sono gli archivi-vocabolario  in cui è (s)velata la lingua di Babele. Un po’ di storia Tutti gli Italiani, tutti i meridionali  soprattutto hanno almeno un antenato  recente (nonni o bisnonni), che ha ingrossato  le fila della migrazione interna, dai villaggi  e dalle campagne alla città; i cui corpi hanno  costruito e sono stati segnati dalla frattura  geografica e culturale che ha contrapposto  dialetticamente il rurale all’urbano,  lasciando spesso ferite di rimozione e  vergogna. La ricerca fin dall’inizio muove  da istanze autobiografiche: una nonna  migrata nel 1950 da un villaggio in mezzo ai  monti dell’Irpinia , in provincia di Avellino,  a Napoli; gli anni cruciali di cui Henri  Lefebvre scrive in ‘Dal rurale all’urbano’,  riferendosi alla situazione in Francia.2 Nei discorsi di mia nonna c’era una ferita,  che era il taglio con quel mondo di paesi  e villaggi, che emergeva come una specie  di età dell’oro nei racconti della sua giovinezza: un’epoca di solidarietà, feste,  comunità che nonostante le difficoltà, il  freddo e la neve, la povertà degli stili di vita  la fatica quotidiana, si divertiva si ritrovava,  si riconosceva in valori che davano senso e  pienezza alla vita. Eppure mia nonna ha sempre rigorosamente  nei fatti mantenuto una distanza dai  personaggi e dai luoghi dei sui racconti,  che erano diventati nel mio sentire luoghi  e tempi immaginari, ambigui, minacciosi e  forse privi di valore intrinseco: un mondo  da tenere sotto controllo “se la città vuole  difendersi dall’invasione della campagna’.

Nel 2008 mi sono messa in cammino verso  l’Irpinia per ritrovare, nei luoghi dei suoi  racconti le ragioni di quella rimozione,  di quello strapo, di quell’esclusione, di  quella idealizzazione, per ritrovare il seme  del discorso. Ho incontrato una frattura  che non riguardava solo mia nonna (e mia  madre) ma il mondo e la cultura rurale tutta,  assopita, in letargo, in trasformazione, in  coma sospesa nei ricordi, nei racconti nelle  memorie e nella storia spesso infedele, ma non più agita. I tentativi fallimentari di  riforma agraria, le scelte politiche a favore  del mondo delle fabbriche, le seduzioni  esterne della plastica e della televisione,  l’emigrazione, la dispersione delle comunità  rurali, il trionfo della cultura urbana,  l’impoverimento culturale ed economico  conseguente, ecc. sono la cornice che  inquadra la situazione attuale e di cui c’è  oggi diffusa consapevolezza che alimenta i  movimenti sulla/intorno e per la Terra. Tutta la ricerca esplora questa frattura che  ha sconquassato il mondo rurale/agrario,  spazzato via dalla povertà endogena e dal/ con boom economico degli anni ‘60. Quello  che c’era prima (o quello che si immagina ci  fosse prima), quello che c’è ora, quello che  ci sarà, ovvero i modi in cui si sta tentando  o immaginando di ricucire la ferita.  La ricerca sinora si è articolata in due  segmenti investigativi, scaturiti l’uno  dall’altro, sia in senso temporale che  processuale: Dormitio Virginis: grano semi,  culti, cultura e agricoltura (iniziato nel 2008),  prima fase/traiettoria della ricerca, inizia  dall’Inno omerico a Demetra, (650 A.C) e si  riferisce, nel titolo, alla Dormitio Virginis,  culto tardo, di origine orientale-ortodossa, noto come Madonna dell’Assunta. Il culto e la cultura del grano sono gli atti  fondativi delle prime comunità stanziali. funziona da linea guida per raccontare la  storia del grano/seme. L’inno è il primo racconto sul culto la  coltura e la cultura dell’agricoltura in cui  si riconosce l’occidente bianco, contiene i  semi di tutti i discorsi e di tutte le parole. Nella contemporaneità, la scena rurale, qui  ed ora, svela appieno lo statement dal Mito  nella conclusione dell’Inno a Demetra (chi  dà il cibo dà le regole) mentre risuona lo  stato di sospensione (Dormitio Virginis)  che è lo stato della diversità potenziale, del  mondo e della ‘cultura rurale’, a livello delle  pratiche sociali, economiche e culturali.  Attraverso le parole si articola la cultura,  attraverso i semi si articola l’agricoltura Così i discorsi e le memorie di famiglia,  archivi biografici, si sono incontrati e  implementati con altre memorie e altre  biografie. Questi archivi biografici, custodi  di cultura hanno aperto gli archivi biologici delle colture, declinando, in un unico  vocabolario biologie e biografie, geni e  identità genetica.

Si tratta di lasciar parlare i semi
Tutte le parole hanno radici e semi. I semi  possono raccontare storie di corpi e di  culture, possono cantare, suonare e ballare in  tutte le lingue del mondo, e possono pregare  Dei diversi e lontani nel tempo e nello spazio. I semi possono raccontare storie in  ogni lingua e luogo, possono tradurre senza  traduzione, perché sono il fondo e nel fondo  di tutte le cose. La costruzione di un vocabolario del  genere può essere quindi ‘agita’ da coloro  che portando e mettendo in condivisione  semi, mettono in condivisione storie,  memorie, pratiche personali e comunitarie,  costruendo una narrazione che aggira i  problemi di lingua e cultura, che lascia  intatta la ricchezza ‘semantica’ – è il caso di  dirlo – dei racconti, dei suoni, dei segni che  si vanno a manifestare. I semi diventano, così, le parole di un  vocabolario condiviso. L’archivio diventa un archivio/vocabolario  di parole, suoni e significati. Il campo intero  diventa un dizionario. Il ‘sapere’, individuale e collettivo, che si  dipana a partire dal seme (Storia, storie,  tecniche di coltivazione, memoria, suono), mescolando biologia e biografia di umani  e piante, costruisce il discorso. Seguendo  i semi, nello specifico il grano, che è in  occidente il seme dei semi, ho incontrato  Giampietro e Senem, viaggiatori, contadini,  fornai che sono diventati parte della mie  relazioni e della mia ricerca, della mia  esperienza di vita. Se tradurre corrisponde ancora letteralmente,  nella lingua nuda delle cose materiali al  latino traduco, ‘’portare tra’’, “portare in  mezzo’’, questo ed altri incontri mi hanno portato in mezzo, al cuore del discorso, nel  cuore di un lingua in cui oggetto suono e  significato sono la stessa cosa. Sono stata tradotta attraverso questa lingua  nell’archivio impermanente che non si  impolvera e non si ammuffisce.

A che servono i semi La ricerca lavora quindi a una traduzione  “naturale” e “materiale’’, che è  evidentemente culturale, del contesto in cui, da estranea ‘urbana’, mi immergo. Esplorare e interrogare un archivio del  genere mi consente di essere vigile sulla  mia posizione e monitorare la mia presenza  in quanto artista; mi può svincolare dalla  posizione scomoda di occhio che guarda,  irretito dalla nostalgia di una contadinità  arcadica che forse non è mai esistita.  Mi consente di sfuggire se possibile alle  forzature dei dispositivi relazionali. Mi permette di vestire i panni della ‘ricercatrice/salvatrice’ di semi tra tanti  altri ricercatori/salvatori di semi’. Spogliata  dell’abito dell‘artista – per quanto possibile-  è più agevole esplorare potenzialità e rischi  del mio agire, rispetto ai processi che si  possono innescare, soprattutto in quei  contesti “fragili”, dove la comunità rurale  ha subìto le ingiurie dello svuotamento  e dell’esodo verso la città, la decadenza economica e la svalutazione dei valori  tradizionali di riferimento (a favore dei  modelli culturali urbani). L’archivio/vocabolario dei semi mi  apre la prospettiva di comunicare senza  intermediazioni e attraverso oggetti vivi. Mi consente di cercare risposte a queste  domande: Esiste una dialettica comunità  rurale-comunità urbana oppure non si può più  parlare di comunità in questo modo, usando  questi aggettivi? Come si riverberano le  memorie e le storie rurali portate e ‘salvate’  con i semi nelle dinamiche delle pratiche  sociali, economiche, politiche, culturali? Quali sono le interferenze del passato  contadino nella consapevolezza o  inconsapevolezza individuale, come queste  tracce informano la comunità (rurale e  urbana) nel tempo presente? Quali sono le proposte che emergono dalla disseminazione continua di queste pratiche,  di questi saperi nel campo delle possibilita  degli umani contemporanei per uscire  dalla dialettica sviluppo/non-sviluppo  crescita/decrescita, per provare a ri fondare  individui società economia rapporto con  l’ambiente (tutto il sistema vivente) ovvero  stiamo davvero immaginando e ‘provando’  la seconda rivoluzione agraria della nostra  storia, la seconda dopo quella raccontata da Omero? Interrogare un archivio/vocabolario del  genere, più o meno strutturato, più o meno  spontaneo forse non mi darà le risposte  a tutte queste domande ma è, in sostanza,  una possibile risposta postcoloniale ai  malinconici e fantasiosi ‘musei delle  civiltà contadina’ a cui siamo abituati e alle  invasioni ‘violente’ delle pratiche artistiche  ‘relazionali’.

DormitioVirginis/Wheath: seeds, culture, cults, agricolture (journey through irpinia) prologue http://vimeo.com/album/2590389/video/17000830

Chi dà il cibo dà le regole/Who give foods gives rules http://vimeo.com/album/2590389/video/68120022
La pecora e le formiche http://vimeo.com/album/2590389/video/72267815
Grano ribelle http://vimeo.com/album/2590389/video/78406583
Gramsci e le formiche http://vimeo.com/album/2590389/video/72272777

Ammuffisce. Ninnananna del contadino fornaio http://vimeo.com/album/2590389/video/69311941

Per informazioni intorno a questi movimenti in Italia vedi / Rete Semi Rurali
http://www.semirurali.net/ e Genuino Clandestino
http://genuinoclandestino.noblogs.org/

Let’s cultivate diversity http://vimeo.com/77412098 (24/04/2014)
Dal rurale all’ urbano Henry Lefebvre, Guaraldi Editore, Rimini, 1973
Antoio Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di Paolo Spriano Einaudi, 2011